What if I say you're not like the others?


Point Particle è un blog nato per ospitare le idee e i pensieri di chiunque voglia scriverci. Nella sua pur breve vita, ha accolto e fatto leggere pezzi molto diversi, scritti da persone molto diverse. Pezzi che forse raccontano la storia di chi li ha scritti, o magari l'accarezzano soltanto. Frutti di un'ispirazione che a volte riesce a disporre le lettere una di fianco all'altra proprio in quel modo che ti fa provare qualcosa di speciale. Un'ispirazione che si è manifestata in persone normali, come te e come me. Persone che hanno deciso di condividere qualcosa con chiunque passasse di qui, anziché perdere i propri pensieri nei meandri della mente.
Perché chi deposita qualcosa in questa piccola banca non ha niente da perdere, ma chi apre questa pagina e legge qualche pezzo ha molto da guadagnare.
E allora... Buona lettura!

venerdì 6 maggio 2011

News from Australia part 8


Visto che è Pasqua mi sembra giusto proporvi qualcosa di diverso dal classico aggiornamento. So che per qualcuno di voi è tempo di trasformarsi in cantastorie, quindi la mia personale sorpresa dentro l’uovo è una vecchia favola aborigena, riadattata e tradotta dal sottoscritto, che penso vi piacerà:

C’era una volta un giovane di nome Inuku che viveva in un piccolo villaggio vicino al mare insieme alla sua famiglia e ai suoi antenati. Il ragazzo aveva sedici anni e da sedici anni nessuno l’aveva mai sentito pronunciare una sola parola. Questo non accadeva perché Inuku fosse muto o non avesse voglia di chiacchierare con gli altri. No, Inuku non poteva parlare con nessuno per colpa di un sortilegio. Sua madre, infatti, non riuscendo ad avere figli da suo marito, che pure l’amava, si era rivolta ad uno stregone di un villaggio vicino, chiedendogli conforto per questa terribile situazione. Lo sciamano era tornato da lei al ventesimo giorno, con queste parole: “Potrai avere un unico figlio a cui sarà negata la parola a qualsiasi essere umano. Le uniche creature con cui potrà intendersi saranno le piante della terra che ci accoglie”.

Dall’età di sei anni Inuku divenne quindi pratico della giungla e, anziché imparare le storie delle stelle per i suoi futuri discendenti, si educava tra gli alberi e gli arboscelli. Essi, sulle prime un po’ titubanti, l’avevano infine accolto nel loro mondo, e ora lo trattavano come un amico e un fratello. C’era addirittura chi lo trattava come fosse un figlio: costui era il Grande Saggio, l’albero più anziano e maestoso di tutta la foresta, che con la sua immensa chioma riempiva di ombra tutta la terra. La sua saggezza era riconosciuta perfino dagli animali e lui aveva sempre un buon consiglio per tutti. Di Inuku era voluto diventare il maestro personale perché negli occhi gli aveva riconosciuto il fuoco della sapienza. Così il ragazzo, desideroso di conoscere le cose del mondo, ogni mattina si incamminava dal suo villaggio e, dopo aver raggiunto la lontana foresta, si lasciava cullare dalle fronde del suo vecchio amico, con il quale discuteva per lunghi momenti sulla caccia, sul vento del Sud, sugli spiriti del Bene e del Male, sull’acqua che scorre da sempre e su altro da cui venivano ispirati.

Un giorno Il Grande Saggio vide arrivare Inuku pensieroso e dall’aria preoccupata: “Cosa ti turba amico mio?” chiese il fusto. “Ieri, mentre andavo a prendere l’acqua, ho incontrato una ragazza che, guardandomi negli occhi, mi ha sorriso ed è fuggita. il mio cuore ha iniziato a battere forte e ho avuto il desiderio di seguirla. Non capisco perché”. “Ah che bella cosa. Oggi hai scoperto cos è l’Amore, fanciullo caro”. Così da quel giorno l’albero e il ragazzo parlarono anche del più magico e misterioso segreto della Vita, senza mai perdere di vista anche il resto.

Ma qualche tempo dopo Inuku giunse nel bosco turbato e scuro in volto. Puntò il dito dritto contro il Grande Saggio e disse: “Tutto questo è ingiusto, perché è toccato a me? Spiegami come si può amare senza parlare.” La quercia in silenzio rifletté ed infine disse chiaro: “Puoi ascoltare. L’Amore è soprattutto questo”. Ma Inuku non si convinse di quella risposta e per una settimana non si fece vedere nella foresta. Il Grande Saggio sapeva che il suo amico aveva il cuore ferito da un problema a cui non poteva esserci una vera risoluzione, così decise di fare l’unica cosa che era in grado di fare: radunò tutti i suoi amici, animali compresi, raccontò loro la triste condizione in cui si trovava il giovane uomo e spiegò loro che era arrivato per lui il tempo di lasciarli, perché il suo amico necessitava del suo aiuto.

Preparò quindi le sue cose e, levando da terra le sue lunghe radici, lentamente si incamminò verso il villaggio. Inuku, nel vederlo giungere in lontananza, quasi non credeva ai suoi occhi e subito non capì perché il suo amico stesse facendo tutto questo. Gli andò incontro e lo abbracciò tanto forte da farsi male: “Perché ti sei mosso dalla foresta amico mio?”. “Non c’è niente al mondo che voglia di più della tua felicità. Ormai io sono vecchio, ed ogni posto è buono per riposarmi. Ma tu sei giovane e la tua vita deve essere all’altezza della tua bontà. Il tuo cuore è grande e merita di essere aiutato”. “Ti ringrazio per queste parole piene di vita. Ma come farai?” chiese commosso Inuku. “Ora vedrai” disse il Grande Saggio e si andò a sistemare al centro del villaggio, e subito la sua ombra si estese su tutte le capanne. “Va’ e porta qui la tua amata. Ti rivolgerai a lei come se parlassi a me, e la tua bocca non sarà più silenziosa”. Inuku corse e fece quello che l’amico gli aveva spiegato. Finalmente riuscì ad esprimere tutto quello che in questo tempo aveva colmato con gli sguardi e i due si poterono finalmente dichiarare e scegliere.

Fu così che i ragazzi si sposarono e costruirono la loro capanna tra le fronde del Grande Saggio. Ebbero venti bambini che vennero cresciuti dalla sapienza della natura e impararono il linguaggio dell’universo.

Piaciuta? Bene, son contento! Ora come sempre qualche veloce news per non farvi perdere il contatto con il mondo australiano:

  • Mary ha portato Me ed Alex alla scoperta di posti sconosciuti dai turisti e davvero mozzafiato. Ho finalmente caricato un po’ di foto per la gioia dei vostri occhi e ho anche incontrato il Grande Saggio che era tornato nella foresta a salutare i suoi vecchi amici e a far loro gli auguri di buona Pasqua. Allego la sua foto!
  • In settimana ho avuto un po’ di febbre dovuta al maledetto continuo sbalzo di temperatura a cui non mi abituerò mai.
  • Passerò la Pasqua in una zona qui vicino che dicono essere stupenda, vi farò sapere.
  • Ho interrotto, da buon insegnante, le lezioni di italiano per il periodo pasquale. Non so come stia andando per Micayla, nel senso che spero stia imparando qualcosa, ma io mi sto divertendo un casino a riscoprire tutta la grammatica e a trovare un modo intelligente per spiegarla a chi non ne sa niente. Davvero una delle cose più affascinanti che mi sia capitato di fare.
  • Fabio Billero si fa la barba quasi tutti i giorni. Spero che il suo alter-ego non prenda la stessa brutta abitudine una volta tornato a casa.
  • Ho finalmente visto i canguri, di cui allego foto. Non ci credevo, ma devo ammettere che esistono davvero e non sono un’invenzione della Coca-Cola.

Direi che anche per stavolta ho detto tutto. Vi auguro una Pasqua serena e ricca di scoperte.

Per la rubrica “Proverbi italiani che non hanno senso se li dici in Australia” questa volta come non proporvi un aggiornamento a tema:

Non è bella la Pasqua se non gocciola la frasca.

giovedì 28 aprile 2011

News from Australia part 7

Certo che leggiate lo stesso, stavolta iperbolizzo. Sì perché questa settimana magari non ho proprio visto il Paradiso, ma sicuramente son stato in un posto che qualcosa di simile deve avercelo.

Con i miei amici in settimana avevamo organizzato di andare a visitare la famosa Green Island, e quindi sabato abbiamo fatto la nostra prima gita insieme. Ma, come Dante insegna, non è che uno decide di andare in Paradiso, prende e va: ci sono prove da superare, c’è una guida da assecondare e un Inferno e un Purgatorio da conquistare. Facile se no, a tutti piacerebbe andare a prendere un caffè dopo mangiato con Bonolis o con George, immersi in distese di bianco e simpatia.

Ma non è così scontato, e infatti non lo è stato neanche per noi: l’inferno con cui noi abbiamo dovuto confrontarci si chiama Big Cat ed è un bestione da qualche centinaio di posti che in un oretta scarsa ti porta dal porto di Cairns all’isola che non c’è.

La scena che mi si presenta all’arrivo è stata questa: tutti gli australiani che si vanno a posizionare all’ultimo dei tre piani dell’aliscafo, al sole, senza un filo di ombra ristoratrice, e senza troppi posti a sedere, e i vari turisti giappo-cino-coreani che si catapultano al primo e al secondo piano, prendendo possesso di comode poltrone e coccolati dal climatizzatore stranamente non killer. Davvero non riuscivo a spiegarmi il perché di questa divisione, ma di istinto mi son fidato della scelta degli autoctoni e ho invitato i miei amici a seguirmi senza troppe storie. Mentre saliamo le scale incrocio un ragazzo dello staff che mi chiede di aprire le mani e mi da una caramella colorata, facendomi presente che si trattava di ginger e invitandomi a buttarla giù senza sentirne il sapore. E lì mi sono illuminato, e anche i miei amici hanno capito, dicendomi che sono bravo e bello.

Prendiamo posto al sole già bollente del mattino australiano e partiamo col vento in faccia e le onde che fanno il loro dovere. A questo punto decido di scendere per vedere come se la passano gli sprovveduti turisti della domenica e quello che mi si presenta davanti agli occhi è una scena di un raccapricciante che faccio fatica a descrivere. Quello che dal piano superiore sentivamo come un piccolo oscillare della nave in un movimento che somigliava quasi ad una danza lenta e sinuosa, sotto si era trasformato in un terremoto sussultorio dove si faticava a camminare senza essere sballottati da una parte all’altro. E come ogni punizione dell’Inferno, anche questa aveva la sua legge del contrappasso: in questo girone i peccatori, colpevoli per le loro attitudini turistiche voraci e per la loro fame di fotografare e vedere ogni cosa, erano costretti a guardare il loro vicino vomitare e, inevitabilmente, fare anche loro di conseguenza, in un circolo vizioso che avrebbe infine colpito anche me se fossi rimasto lì altri dieci secondi.

Salgo su, cerco di dimenticare il brutto sogno che ho appena fatto e mi godo il vento in faccia; e poco importa se il Sole-Purgatorio mi colpisce dritto in testa: giù di cappellino e crema solare e tanti saluti a Paolo, Francesca e compagnia bella!

Dopo questa prima ora di assoluto delirio vediamo, tra l’azzurro del cielo e il blu notte dell’oceano, un piccolo trattino verde che si staglia all’orizzonte e separa con grazia i due mondi. Finalmente arriviamo e salutiamo Caronte con un gran sospiro di sollievo, mentre qualcuno dietro di me, bacia la terra e canta inni di lode, e ci incamminiamo alla scoperta di Green Island.

Ci sono alcune cose che è necessario sapere su questa isola e io, che di secondo o terzo nome faccio Virgilio, voglio dirvele tutte quante: il nome non si sbaglia e ovunque ti giri vedi solo grandi alberi che si intrecciano tra loro e un verde che esplode di vita e profuma di primitivo; ci si impiega venti minuti a girare tutta l’isola a piedi, passeggiando sulla bianca sabbia o esplorando i sentieri pieni di cartelli che raccontano affascinanti leggende degli aborigeni; quest’oasi si trova immersa nella più grande barriera corallina del mondo e la prima attrazione del posto è quindi l’esplorazione del mare e delle sue magie.

Ed è stato anche per me, cari amici: in barba alla mia nota paura dell’acqua mi sono buttato anch’io alla ricerca di Nemo. Così per la prima volta ho fatto snorkeling – che poi altro non è che infilarsi una maschera e delle pinne e nuotare, ma che suona oggettivamente molto meno suggestivo e temerario –, mi son fatto coccolare dalle calde acque del Pacifico, ho fatto il bagno con la maglietta per non arrostire, ho visto coralli di ogni forma e dimensione, pesci colorati come mai avrei pensato: verde, viola, azzurro, talvolta ordinatamente insieme, altre volte mischiati come in una tavolozza di un pittore matto. Ho visto anche il famoso pesce con la pinna gialla, ma non ho provato a spezzarlo con un grissino. Ancora, per la prima volta mi son ritrovato d’accordo con il “guardare ma non toccare”, perché l’uomo una roba così può solo rovinarla, piazzando ad esempio al centro dell’isola un poco sensato ma remunerativo resort a cinque stelle, e ho sguazzato sereno e felice in mare aperto, dicendomi che è anche per giornate come quella di sabato che vale la pena di essere al mondo, ma che sicuramente altre volte basta anche molto meno per sentirsi in Paradiso.

E ora, come ogni volta, una serie di veloci news. La novità di questa lista è che si tratta di notizie senza le quali potreste vivere benissimo lo stesso e che non hanno nessuna importanza:

  • Il diesel qui costa più della benzina
  • Ci sono un sacco di negozi che vendono solo ed esclusivamente stivali invernali, di una marca famosa di cui adesso mi sfugge il nome, e a quanto pare fanno anche guadagni niente male se è vero, come è vero, che ci sono altrettanti negozi cinesi che vendono le stesse scarpe ma con la marca contraffatta. Vi ricordo che la temperatura media annuale qui si aggira sui trenta gradi.
  • I saldi durano solo tre giorni e sono al massimo del 20% ma la gente non aspetta altro, e anche Mary è in fibrillazione per questo evento che arriverà tra meno di una settimana. Per la serie: dopo il Natale, rendiamo commerciale anche la Pasqua.
  • Ho incontrato il primo ragazzo italiano e ci ho fatto due chiacchiere alla fermata del pullman. In realtà ne avevo già incontrati in passato, ma ho sempre fatto finta di non sentire la loro lingua e tiravo dritto, alzando il volume della musica. Il perché è scontato: se mi metto a fare amicizia con ragazzi italiani va a finire che parlo solo italiano, e tanto valeva andarsene tre mesi a Pinerolo a questo punto.

A rileggerle non è che le altre volte abbiano avuto più senso, ma tant’è.

Scusandomi per l’altra volta, questa settimana per la rubrica “Proverbi italiani che non hanno senso se li dici in Australia” vi propongo una lettura diversa ma comunque analoga del tema dello scorso aggiornamento:

L’erba Voglio non cresce neanche nel giardino del re.

sabato 23 aprile 2011

News from Australia part 6

Alle superiori, soprattutto durante gli ultimi due anni, io e i miei compagni abbiamo avuto la grande fortuna di avere con i nostri professori, o con buona parte di essi, un bellissimo rapporto basato sul rispetto e sulla fiducia reciproca. Nel tempo per alcuni di noi tutto questo si è trasformato in una preziosa amicizia che coltiviamo con estrema felicità ormai da anni.

Questo andare d’accordo con gli insegnanti portava con sé alcuni notevoli vantaggi, non tanto dal punto di vista scolastico, quanto sul piano umano. Il “benefit” più grande che ho avuto il piacere di beccarmi è stato, per buona parte della quarta e per tutta la quinta superiore, ricevere un passaggio dalla mia professoressa di Arte che, quando coincidevano i nostri orari, mi aspettava e mi portava a casa.

Anche qui, dall’altra parte del mondo, la mia insegnante abita a due passi da casa mia. Entrambi infatti abitiamo nella ridente White Rock, che sembra più un nome da Flinstones che un paesino immerso nel verde della periferia di Cairns. Con immensa generosità la settimana scorsa mi ha fatto presente che le veniva comodo, se volevo, passare a prendere sia me che Alex per portarci a scuola. E cavolo se volevo. Ne ho subito parlato ad Alex che, se non avesse avuto la compostezza e la riservatezza tipiche di un coreano, mi avrebbe stampato un bacio in fronte.

Ed è così da lunedì ogni mattina ci facciamo questo viaggetto di un quarto d’ora con Michelle, parlando e scherzando con lei, chiacchierando di suo figlio che è piccolino e ha i soliti malanni dei bambini, ascoltando un po’ della sua storia prima che si sposasse, raccontando un po’ delle nostre vite e dei nostri sogni, facendoci indicare i migliori ristoranti della città avendo la certezza che nessuno dei due avrà mai la voglia e il coraggio di entrarci e via dicendo.

Tutto questo inoltre ci permette una serie di vantaggi da non sottovalutare. Nell’ordine mi vengono in mente: una sveglia decente, una preparazione meno frenetica, un viaggio che dura trenta minuti di meno, parlare con serenità, e soprattutto la possibilità di viaggiare senza l’aria artica del condizionatore. In realtà anche Michelle, come tutti gli australiani, ha una passione smisurata e incomprensibile per i sbalzi eccessivi di temperatura, ma io, che in macchina metto le mani dappertutto e faccio sempre come se fosse mia, chiedendo il permesso spengo il congegno porta-polmonite senza troppi problemi.

Il discorso dell’aria condizionata vi sembrerà una stupidata, ma se vedeste lo sperpero di energia che ogni negozio fa, sparando temperature polari e tenendo le porte costantemente spalancate, e metteste tutto questo in relazione al più grande buco dell’ozono del mondo che gravita sopra le teste di questi quattro inciviloni, capireste che la cosa sarebbe da affrontare con un tantino in più di serietà.

Passando ad altro, dovete sapere che questa settimana è stata nominata dal sottoscritto la “Settimana in cui tutta l’Australia taglia il proprio giardino di casa”. Ovunque passassi infatti vedevo gente che, con il proprio tagliaerba e una faccia serena e luminosa, tagliava con cura il suo prezioso spazio verde. Se mentre passavo, il nostro sguardo si incrociava, loro alzavano il braccio in segno di saluto che io generalmente ricambiavo con un sorriso grande così.

Tutto ciò mi ha portato inoltre ad avere una importantissima consapevolezza della quale ho gioito notte e giorno fino ad oggi. La scoperta ha del clamoroso, ma è tanto vera quanto lo sono i fazzoletti intatti rinchiusi nella mia valigia: a queste latitudini la mia allergia a tutto ciò che ha un colore verde, dalle ronde alle betulle, non esiste. Sparita, scomparsa, non pervenuta come l’opposizione, anche la simpatica allergia ha deciso di non rispondere presente. Ne sono davvero entusiasta e lo è anche, e soprattutto, la mia amica Amazzonia che in questi mesi lascerò in pace. Secondo molti studiosi infatti il mio naso sarebbe tra le prime cause della deforestazione mondiale e si calcola che in un anno faccia fuori una quantità di fazzoletti che basterebbe per coprire uno spazio grande come tre campi di calcio. Sarà anche vero, ma non in questi tre mesi.

Hasta la natura siempre!

E ora in breve le news della settimana:

  • Ho un nuovo compagno di scuola, finalmente con gli occhi come i miei. Si chiama Janos, è ungherese, ha 40 anni, due figli e una moglie. Va pazzo per il calcio, in particolare per il Barcellona, e ha trovato in me, in quanto italiano, il nuovo Messia. E’ simpatico, ma vaglielo a spiegare che preferirei parlare di come si riproducono i fenicotteri piuttosto che di Balotelli & Co.
  • Mary, quando andiamo a dormire, ci dice sempre: “Goodnight Love!”. Che vi devo dire, vado a dormire più contento.
  • Inizio a capire i conducenti dei pullman quando mi parlano. E’ universalmente riconosciuto che questo aspetto sia da considerare il punto di svolta per la comprensione di una nuova lingua.

Visto che ho la grande fortuna di sapere che perdete un po’ del vostro tempo a leggere queste baggianate, questa settimana ho pensato di darvi un paio (per la verità tre) di consigli per gli acquisti.

Consiglio Cinematografico (quello a cui tengo di più). So che è uscito il film di Boris, che è giustissimo andare a vedere per un sacco di buoni motivi; ma è da poco uscito un altro grande film che ho la sensazione che non sarà un granché pubblicizzato. Si tratta de “La fine è il mio inizio”, storia degli ultimi mesi di vita di Tiziano Terzani, immenso giornalista e viaggiatore. Il film è tratto dall’omonimo libro, scritto a quattro mani da Tiziano e da suo figlio Folco, e ripercorre l’intera loro vita tra ricordi, racconti, bilanci e sogni di un’esistenza spremuta al massimo e vissuta con grande consapevolezza e umiltà. Se non vi basta vi dico che nel cast c’è Elio Germano e che io su questo libro avevo fatto il mio tema di maturità!

Consiglio Musicale. Ho scoperto da poco tempo tale Paolo Benvegnù. Sonorità un po’ da capire, sicuramente non per tutti i gusti e tutte le stagioni, inizialmente può risultare di difficile ascolto. Ma se si ha la giusta pazienza, che è doveroso concedere all’Arte, se ne carpisce infine tutta la poesia e la genialità. L’etichetta che gli hanno affibbiato – sbrigativa come ogni etichetta - lo vuole il nuovo “filosofo del Rock italiano”. Chiedendomi chi fosse arrivato prima di lui a filosofeggiare a suon di chitarra distorta, vi consiglio un ascolto risolutore.

Consiglio Letterario. Partendo per questa esperienza, avevo bisogno di portare con me un libro che parlasse di viaggi, di fantasie, di strade che si intrecciano, di grandi aspirazioni e magie. Avevo infatti la necessità di accompagnare la mia esperienza con qualcosa che le somigliasse il più possibile. Ho trovato tutto ciò in “Come la Madonna è arrivata sulla Luna”, un bel romanzo gitano che incrocia fede e comunismo, zingari matti e duri montanari, sfide impossibili e sogni che si possono realizzare. Se non sapete che leggere, questo è un buon titolo.

Per la rubrica “Proverbi italiani che non hanno senso se li dici in Australia” questa volta è il turno di:

L’erba del vicino è sempre più verde.

N. B. Su questo proverbio non ho la certezza che se lo dici qui non abbia senso, ma era solo in onore della “Settimana in cui tutta l’Australia taglia il proprio giardino di casa”. Non vogliatemi male per questo.

venerdì 15 aprile 2011

News from Australia part 5

Adoro i pullman di questa città.

Non per l’aria condizionata che i conducenti sparano senza ritegno ignari della manopola in grado di regolare la temperatura. Non vado pazzo nemmeno per il rumore assordante che fanno nel muoversi, tanto che io e Alex per parlare dobbiamo urlare neanche fossimo agenti di Borsa a Piazza Affari: penso che alle sette del mattino qualsiasi tono di voce superi la soglia della normale chiacchierata sia da classificare come crimine contro l’umanità.

No, di loro mi piace soprattutto, o forse solamente, una cosa: i vetri oscurati.

Sono oscurati, va da sé, per proteggere i passeggeri dal sole di cui oggi ho scoperto la reale pericolosità: nello stilare la classifica delle città australiane più esposte al rischio di cancro alla pelle per i propri abitanti, il telegiornale ha posizionato Cairns ad un secondo posto che gli ha pure negato il piacere della vittoria, e ha inoltre suggerito molto caldamente –mi chiedo se era necessario fare questa battuta, ma ormai è andata– , un esposizione al sole che non superi i sette minuti al giorno. Sette minuti al giorno! Roba che ne neanche ti accorgi di cosa sta succedendo che già ti sei bruciacchiato tutto. Io l’ho testato domenica per dieci minuti, e devo dire che da queste parti il telegiornale tende a dire la verità. Questa era per Minzolini, nel caso in cui qualcuno di voi gli girasse i miei aggiornamenti.

Ma a me i finestrini oscurati non piacciono per questo.

Come ogni buon finestrino oscurato che si rispetti, anche questi danno la possibilità a chi è dentro di vedere cosa succede fuori ma non viceversa. Durante il viaggio di ritorno a casa sono spesso solo, perché io e Alex abbiamo orari e impegni diversi, che ci trattengono nella City più o meno a lungo. Quindi per far passare il tempo, ho messo in piedi durante questa settimana un approfondito studio sociologico sui cittadini di Cairns e dintorni: ad ogni fermata mi metto a fissare i loro occhi, cercando di captare se siano felici oppure no, se siano pensierosi, dubbiosi, incazzati, rilassati o stanchi, e, nei casi più evidenti, spingermi oltre fino a determinare i motivi di questi stati d’animo.

Così ogni giorno incontro ragazzi che hanno appena preso un pessimo voto a scuola e non sanno come dirlo ai genitori, signore che hanno appena tradito i loro mariti e si mordono nervosamente le labbra per trovare una scusa buona da consegnare al rientro a casa per giustificare il ritardo, musicisti con la testa per aria perché gli sta per arrivare l’ispirazione giusta per chiudere il pezzo, ragazze madri che, mentre giocano con il cellulare, buttano velocemente lo sguardo sul passeggino sperando, inconsciamente o forse neanche tanto, di essere solo in un brutto sogno, adolescenti, un sacco di adolescenti, che, col cellulare in mano, non sanno dove sbattere la testa perché ragazze troppo belle non rispondono ai messaggi, ubriachi felici che cantano e parlano con tutti perché il mondo sorride, e ubriachi che piangono disperati e mandano a quel paese pure il conducente perché il mondo è uno schifo.

Il brivido più grande è quando, per un motivo del tutto fortuito, i loro sguardi incrociano i miei occhi. Loro magari si stanno specchiando sul vetro prima di salire sul pullman, e io ne posso cogliere i loro umori, mentre loro inconsapevolmente mi stanno fissando. La sensazione è quella di essere ad un confronto all’americana dove l’assassino per un attimo volge lo sguardo sul vetro, dall’altra parte del quale c’è il testimone con il dito puntato verso di lui. Troppo estremo? Va beh, son pensieri.

Fatto sta che, dopo, tutti questi personaggi salgono sull’autobus ed entrano quindi a far parte del mio stesso fortunato mondo, di quelli che possono vedere senza essere visti, e perdono ovviamente tutto il loro fascino.

Mi son chiesto quanti altri facciano lo stesso giochino anche con me, quando sono sull’altra sponda, sensibile all’attacco di qualche frugatore di pensieri altrui, ed è per questo che solitamente giro con gli occhiali da sole ben saldi sul mio naso.

Passando ad aspetti più filosofici, arriva sempre il momento, quando incroci persone di una cultura diversa dalla tua, in cui bisogna fare i conti con il desiderio di imparare parole e modi di dire della lingua sconosciuta. E, come tutti avranno avuto modo di sperimentare almeno una volta nella loro vita, le prime parole che vengono insegnate ad un neofita sono banalmente le parolacce.

Così in questa settimana ho fatto incetta di parolacce coreane, più o meno volgari che, a detta di Alex e dei suoi amici, sfoggio con un accento non male, e soprattutto azzeccando le occasioni in cui tirarle fuori. Ma la cosa più divertente è avvenuta quando è stato il mio turno di insegnare loro i vari modi per mandare a quel paese una persona: subito non ho avuto la prontezza di riflessi, quindi il “vaffa” gliel’ho insegnato così, come lo diciamo. Ma quando mi hanno chiesto di più, assetati dall’innocente scurrilità propria di chi sa di dire qualcosa di maleducato ma di cui non capisce in pieno il senso, ho spiegato loro che esisteva un modo ancora più volgare per mandare al diavolo una persona, ma che noi lo usiamo solo quando siamo veramente arrabbiati.

E’ stato così che per un pomeriggio intero si son ripetuti all’esaurimento: “Rosa di Mare”, ridendo come i pazzi e pensando di insultarsi pesantemente. Mi è impossibile descrivervi la mia faccia mentre tutto ciò accadeva. Ero semplicemente incantato ed estasiato dalla forza delle parole e dal messaggio che sono in grado di trasmettere, in un modo o nell’altro e talvolta loro malgrado. Ovviamente non riuscivo a non smettere di ridere nel frattempo, spinto anche dalla loro inimitabile pronuncia della “Erre” che li rende buffi qualsiasi cosa dicano. Che vi devo dire: mi diverto con poco!

Per il resto tutto procede bene. Forse volete sapere come procedono le lezioni di italiano, ma per quello c’è tempo, e sto raccogliendo informazioni degne di essere raccontate in un aggiornamento.

Le news in breve della settimana sono che:

  • Mary ha scoperto che Alex si chiama Alex e non Alec, e si è un po’ incazzata perché glielo poteva dire prima, e gli ha anche tirato una mela addosso, per scherzare ma neanche troppo.
  • Io ho scoperto che il sandwich che avevo mangiato settimane fa pensando al gol di Grosso aveva fatto schifo a tutti i miei amici, e mi son sentito un po’ meno solo. Ho scoperto anche gli ingredienti e vi dico solo che ,tra gli altri, c’era la maionese insieme al prosciutto e ad un azzeccatissimo frullato di mele.
  • I simpatici uccelli di cui vi raccontavo la prima volta li odio e li vorrei uccidere tutti, perché fanno un verso che sembra una sirena stonata e ci tengono a farlo ogni mattina alle sei. Per quanto mi sforzi di renderli parte dei miei sogni, alla fine mi devo arrendere e dar loro la vittoria tra insulti in coreano che tanto non capiscono.

In loro onore il proverbio della settimana per la rubrica “Proverbi italiani che non hanno senso se li dici in Australia” è:

Una rondine non fa primavera.

Baciattutti