What if I say you're not like the others?


Point Particle è un blog nato per ospitare le idee e i pensieri di chiunque voglia scriverci. Nella sua pur breve vita, ha accolto e fatto leggere pezzi molto diversi, scritti da persone molto diverse. Pezzi che forse raccontano la storia di chi li ha scritti, o magari l'accarezzano soltanto. Frutti di un'ispirazione che a volte riesce a disporre le lettere una di fianco all'altra proprio in quel modo che ti fa provare qualcosa di speciale. Un'ispirazione che si è manifestata in persone normali, come te e come me. Persone che hanno deciso di condividere qualcosa con chiunque passasse di qui, anziché perdere i propri pensieri nei meandri della mente.
Perché chi deposita qualcosa in questa piccola banca non ha niente da perdere, ma chi apre questa pagina e legge qualche pezzo ha molto da guadagnare.
E allora... Buona lettura!
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lunedì 26 aprile 2010

Fly One Time - Incontro


I luoghi di intenso passaggio mi hanno sempre incuriosito ed attratto.
Incroci, piazze, stazioni, aeroporti... Spazi in cui la gente si riversa e si incrocia: luoghi-simbolo dell'enorme numero e varietà di potenziali incontri che ognuno di noi può fare nel corso della sua vita.

Oggi mi trovo in quello che ogni addetto ai lavori riconosce come l'aeroporto più trafficato del mondo. Le piste dell'Hartsfield-Jackson Atlanta International Airport sono bollenti talmente alto è il flusso di aerei che passano da questo cruciale scalo delle aerovie statunitensi e mondiali.


Mi trovo nel Concourse C, il terzo dei sei terminal di cui è provvisto questo aeroporto e sto aspettando la mia coincidenza per Seattle. Condivido la posizione di "passeggero in transito" con tutte le altre persone in attesa in questo lunghissimo corridoio e, avendo un po' di tempo a disposizione, con calma osservo i miei vicini.

Alla mia destra siede un anziano signore che sembra essersi appena appisolato. Pantaloni beige tenuti alti alti da un bel paio di bretelle, camicia a righe rosse e blu, grandi occhiali da vista ed un rigoroso cappellino da baseball con la visiera perfettamente orizzontale sono la sua tenuta. Al suo fianco, vigile e fedele, una canuta signora dalla carnagione chiarissima con dei grandi occhi blu che scrutano i monitor alla ricerca di qualche notizia sul loro aereo.

Squilla un telefono. E' il mio. Rispondo brevemente per confermare che sarò a Seattle entro sera, pronto domattina a volare fino a Los Angeles.
Rimettendomi il telefono in tasca mi rendo conto di aver svegliato il signore, che ora mi guarda placido.
Dispiaciuto per aver interrotto il suo riposo in una giornata faticosa, mi scuso con lui e gli chiedo di raccontarmi del suo viaggio.

Scopro così che questo splendido signore di 92 anni si chiama Derald ed insieme a sua moglie Connie sta tornando in Nebraska dopo aver partecipato al matrimonio di una nipote ad Orlando, Florida.
Derald e Connie vivono a Geneva, una cittadina di circa duemila abitanti nel Nebraska sudorientale.
Sono affascinato dalla parlata lenta di questo pacifico signore, che inizia a poco a poco, con un lieve affanno nella voce, a raccontarmi la sua vita.
Ogni tanto qualche parola mi sfugge, nascondendosi negli anfratti del fumoso dialetto del Nebraska, ma non importa, perchè quest'uomo mi dà subito l'impressione di essere felice di condividere con me questo momento. E tanto basta.

Derald dice di essere figlio unico, "per questo sono così viziato" soggiunge con un grande sorriso. "In realtà", mi confida, "avrei avuto una sorellina, ma purtroppo è mancata alla nascita".
E' nato a Shickley, Nebraska, a soli 15 km da Geneva.
Suo padre aveva una fattoria e gli affari andavano abbastanza bene, così lui fu il primo ragazzo del paese ad avere una macchina. Il padre gli dava i soldi per 5 galloni di benzina alla settimana: abbastanza per andare e tornare da scuola e, risparmiando sui km, portare la sua ragazza in giro il sabato sera, mi dice ridendo.

Gli chiedo quali fossero i suoi sogni da giovane: "Avere una fattoria. E sposarmi. Li ho realizzati tutti e due". Si è sposato con Connie nel 1938, "abbiamo da poco festeggiato 72 anni di matrimonio", dice guardandomi con occhi luminosi e cingendo teneramente con un braccio la sua sorridente signora.
Mi racconta di una vita fatta di duro lavoro nei campi, senza considerare se fosse sabato o domenica, "perchè la terra a queste cose non bada" e descrive con dovizia di particolari la loro casa ed il giardino di cui va molto orgoglioso: lo cura ogni giorno e riesce ancora a tosare l'erba.

Guarda Connie e mi dice: "Abbiamo sempre lavorato insieme, io e lei, ed abbiamo costruito tanto. Siamo sempre stati vicini, amici, senza segreti.
Io sono una persona normale, sto bene con gli altri e mi diverto in compagnia.
Non ho mai bevuto, non ho mai fumato, non ho mai giocato d'azzardo.
Penso di aver vissuto una vita abbastanza austera.
Ma sono felice"

Derald mi guarda, chiude gli occhi per un attimo e fa un respiro profondo.
Ed io con lui.

lunedì 19 aprile 2010

Fly One Time - Battito d'ali


A terra.
Non si è volato ieri, non si vola oggi, forse non si volerà domani.
Grigia, impalpabile e minacciosa, la nube grigia di cenere vulcanica aleggia sopra le nostre teste, perfettamente collocata tra i 6'000 ed i 10'000 metri, sulle autostrade del cielo.


L'aeroporto di Edimburgo è completamente paralizzato.
I suoi provvisori abitanti si trovano all'interno di un irreale limbo, in attesa che qualche ancestrale divinità vichinga decida di placare la furia del vulcano.


Decido di fare un giro sulla pista per controllare che i reattori del mio aereo siano stati correttamente coperti e sigillati. Auspicabilmente nel pomeriggio di domani potremo partire per Copenhagen.


Tornando verso il terminal vengo incuriosito da un tranquillo operatore aeroportuale assorto nella lettura di Metro Edinburgh.
Attraverso la deserta pista di rullaggio e lo raggiungo mentre, con il suo duro accento scozzese, farfuglia tra sè e sè parole incomprensibili: “Efiathal... Eiaflatakut...”
Si ferma, sospira, si passa la mano tozza sulla lattiginosa fronte già scottata dal sole e mi guarda cercando un aiuto.
“Come diavolo si pronuncia?” mi chiede, indicando un punto del foglio.

Eyjafjallajökull, l'impronunciabile vulcano islandese grazie al quale ci troviamo a chiacchierare nel punto in cui normalmente scorrono le enormi ruote dei jet di linea.
Gli sorrido, gli do una pacca sulla spalla e guardo il cielo dietro di lui, verso Nord.

Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
Così mi trovo ad osservare che, alla fine, l'imprevedibilità può essere affascinante.

Non la penserà allo stesso modo il Presidente, ma tant'è.

lunedì 12 aprile 2010

Fly One Time - Colori


“Un pot-pourri da trentadue milioni di passeggeri l'anno...”
L'intensa luce del tramonto dà colore al vetro ed all'acciaio e mi illumina gli occhi.
Sospinto dai miei pensieri cammino lentamente per il lunghissimo corridoio principale del Terminal 2 del Munich Franz Joseph Strauss Airport.



Passeggio ed incrocio lo sguardo di uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo: un'anziana ed energica signora americana in cerca del gate della Delta per Atlanta, un frettoloso uomo d'affari in partenza per la Cina, una giovane coppia tedesca decisa a gustarsi lentamente ogni attimo del suo atteso viaggio, una colorata famiglia italiana che non nasconde il suo disappunto per il ritardo del volo Alitalia per Roma...


Ogni grande aeroporto del mondo può essere visto come luogo di incontro e fusione etnica e culturale: un frenetico, brulicante miscuglio di Europei, Asiatici, Sikh, Marocchini, Colombiani, donne arabe dal volto velato.
Naturalmente è un'illusione, un'integrazione fasulla che dura esattamente fino a quando l'ultima chiamata alle uscite costringe di nuovo quella massa a dividersi per colore e religione. Ma mentre le sale d'imbarco si riempiono e le file dei check in ondeggiano, l'immagine è quella di un nirvana multiculturale che farebbe piangere di gioia qualsiasi intellettuale di sinistra.


L'architettura degli aeroporti: noiosa e monotona per alcuni, esaltante per altri. Quando atterro in Germania, a Monaco, Berlino o Francoforte, resto sempre piacevolmente stupito dalla pulizia, dalla cura dei particolari e dall'accoglienza delle strutture aeroportuali. Asettiche?
Direi piuttosto perfettamente funzionali ed eleganti.

“Efficienza, design e comodità” penso, ricordando che l'aeroporto di Monaco è stato recentemente nominato miglior aeroporto europeo e terzo miglior aeroporto del mondo.
Linee e colori inattesi ti avvolgono e ti conducono splendidamente nell'esperienza del viaggio: il futuro è qui!



Dopo circa un chilometro di piacevole passeggiata lungo il Terminal 2 giungo alla Lounge piloti PP International Airlines: la compagnia ha scelto una splendida posizione per la sua sala privata, arredata con gusto e moderna eleganza, in linea con gli standard locali.
Facendo scorrere l'ampia vetrata di fronte a me, accedo ad un terrazzo con vista sulle piste e sull'intero aeroporto.
Rumoroso, sì, ma di gran fascino!



Il volo PP 3487 per London City Airport partirà tra circa tre ore: ho una mezz'oretta di tranquillità a disposizione.
Chiamo casa e gioco un po' con la vocina curiosa che risponde all'altro capo del telefono: diventa sempre più bravo, riesce ad indovinare il tipo di aereo dal rumore che fa quando decolla...
Orgoglioso, saluto lui e la sua tenera mamma e do loro appuntamento a domattina.


In piedi sul terrazzo in cima al Terminal 2 dell'aeroporto di Monaco osservo silenziosamente il flusso degli aerei che, ordinati, si preparano a solcare i cieli della Baviera rombando verso le loro remote destinazioni sparse per il mondo. E sono ancora una volta affascinato dalla poesia del volo.
Perchè, come vi dirà qualunque appassionato di volo, “è la partenza che conta”.



lunedì 22 marzo 2010

Fly One Time - Infinito


Ti avvolgi su te stessa,

lasciandoti dietro effimeri vortici.

Sospingi, sicura e costante,

il primo sogno di blu, di luce, di altezze.

Lo realizzi e lo moduli,

facendolo dolce, intenso e soave

come le note di un violino.


lunedì 15 marzo 2010

Fly One Time - Contatto


Stasera molti, rientrando a casa, saranno salutati da cani saltellanti e dalla incontenibile gioia dei loro bimbi.


Troveranno lì ad aspettarli sguardi speciali e mani che riscaldano.


Parleranno con i loro cari di com'è andata la giornata e si addormenteranno nell'abbraccio della notte.


Le stelle usciranno discrete dai loro nascondigli diurni, a poco a poco.


E una di quelle luci, appena più luminosa delle altre, sarà l'ala del mio aereo che passa.


lunedì 8 marzo 2010

Fly One Time - Tra le nuvole

Scendo dal taxi e vengo investito da un'impetuosa folata di vento che per poco non mi fa volare via il cappello.
Luce, acqua, aria: da queste parti ne hanno da vendere.

Le porte automatiche scorrono di fronte a me e, sfilando gli occhiali da sole, entro nel moderno terminal dell'Aeroporto del Salento Papola – Casale.
Procedo a passo spedito verso la PP Lounge dove trovo ad attendermi il primo ufficiale e gli assistenti di volo, pronti a partire.
Oggi lavorerò con un ottimo equipaggio, la giornata volge al meglio.


Ci muoviamo in gruppo verso l'imbarco e passiamo tra due ali di passeggeri in attesa al gate 2.
Ogni volta è come un cerimoniale: l'arrivo al banco, il controllo del tesserino da parte dell'hostess di terra, gli sguardi indagatori dei passeggeri.
Consapevole del ruolo che rivesto, in genere dispenso intorno a me sorrisi distensivi. Oggi c'è allegria tra i membri dell'equipaggio e sembra che questo influisca positivamente sui nostri passeggeri, a giudicare da come ci guardano...
Passo il gate e vengo accolto dalle interessanti prospettive del finger che porta all'aereo.


La moderna cabina dell'Airbus A320: compatta, ipertecnologica, un vero gioiello ai miei occhi. La condividerò con Massimo, primo ufficiale della PP International Airlines da circa un anno. Ogni volo aereo di medio o lungo raggio comporta dei lunghi periodi di “vigile attesa” mentre si vola stabilmente verso la meta: ecco, quando si vola con un copilota come Massimo non si corre il rischio di annoiarsi. Sarà il suo sangue toscano, fatto sta che volare con lui è uno spasso.

...
“Luci di navigazione?”
“Accese”
“Altimetro ed indicatore di rotta?”
“Impostati”
“Radio e strumentazione avionica?”
“Impostati per la partenza”
“Trim?”
“Impostato per il decollo”
“Checklist pre-rullaggio completata, grazie Massimo”.

E' in corso l'imbarco ed i passeggeri fanno il loro ingresso sull'aereo con un flusso ordinato e costante. Attraverso la porta aperta della cabina sento le loro voci: uomini, donne, bambini.
Storie in divenire, vite da scrivere.
Si affidano a noi per giungere alla loro meta. Saremo all'altezza delle loro aspettative.


Mi giro a guardare a che punto sia giunta la procedura d'imbarco ed incontro lo sguardo di un giovane passeggero in giacca e cravatta. Lo saluto con un sorriso e, scambiando due battute, noto nelle sue parole un innocente interesse per il volo. Lo invito a fare un salto in cabina quando saremo in fase di crociera.

Otteniamo dalla Torre di controllo di Brindisi l'autorizzazione al rullaggio fino alla pista 32. Mentre l'aereo procede docilmente sui suoi grossi pneumatici, mosso dalla lieve spinta delle turbine, Massimo spegne le luci della cabina ed io ne approfitto per presentarmi brevemente ai nostri passeggeri.

Motori alla massima potenza.
Rilascio i freni e l'aereo comincia una rapida accelerazione.
“130 nodi... 140 nodi... V1. Rotazione”.
Richiamo dolcemente la cloche e porto il muso ad un angolo di salita di 15 gradi.
La magia si ripete.



L'Airbus solca le nubi e sale con vigore verso i 20'000 piedi, quota fissata per il volo di crociera lungo la rotta 330. Io ed il primo ufficiale completiamo i protocolli radio e di navigazione di questa fase del volo e, dopo aver verificato la checklist per il volo in assetto stabile, iniziamo una stimolante discussione sullo sfacelo politico del nostro Paese. Il suo pungente sarcasmo tipicamente toscano non risparmia nessun componente del bestiario italiano.

Toc toc.
Un'assistente di volo apre la porta: “Capitano, c'è un passeggero che dice di essere stato invitato in cabina. Lo faccio entrare?”
“Certo! Lo aspettavo. Eccolo, Massimo. Ora cerca di ricomporti un po', ok? Allora...
Le piace volare, eh? Gliel'ho letto negli occhi”.
…

La porta della cabina si richiude dietro di lui. Una breve ma piacevole chiacchierata.
Passeggeri come questo gentile ed elegante uomo d'affari ti danno soddisfazione. Appassionati del volo, nonostante i ritmi incalzanti del loro lavoro riescono ad apprezzare la bellezza del viaggio in sé e non ne dimenticano il valore.


Il cielo è completamente in fiamme.
Lo spettacolo è lì davanti ai nostri occhi. In silenzio lo guardiamo.


La poesia delle nuvole mi lascia a bocca aperta.
Soffici, delicate, imponenti, sottili...
Sempre nuove, sempre in movimento, hanno il ritmo e la forza della vita.

A volte intimoriscono e dispiace andare a disturbarle.
A volte sono una fitta barriera che vuoi solo superare per arrivare, finalmente, al blu, al sole.
Altre volte, ed è lì che diventano straordinarie, sono una meravigliosa cornice che arricchisce, dà colore e fa volare la fantasia, il sogno, l'amore.


“Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio.

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri.

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore.

Vengono
vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere
più
il posto dove stai.

Vanno

vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.”


Il cielo su Torino è completamente terso. La luna illumina il nostro percorso verso le luci verdi, bianche e rosse di Caselle.
L'avvicinamento ILS di precisione ci porta a toccare morbidamente la pista 36. Oltre la porta della cabina di pilotaggio percepisco l'apprezzamento dei passeggeri per il volo appena concluso.

Rulliamo verso il terminal, infine lasciamo che il finger venga agganciato.
Mentre Massimo completa le procedure di spegnimento dell'aereo, indosso la giacca ed esco dalla cabina per salutare i passeggeri che stanno uscendo dal portellone anteriore.


Sorrido.
“Mi auguro di ospitarla nuovamente nella mia cabina, è stato un piacere portarla a destinazione.”

lunedì 1 marzo 2010

Fly One Time - Mettere le ali


Amo il mio lavoro perchè adoro viaggiare.
Quindi se, come oggi, mi trovo a bordo di un aereo e di fronte a me non c'è una bizzarra distesa di strumenti e monitor ma semplicemente il colorato schienale di un sedile, soddisfatto mi guardo intorno e mi godo questo breve volo.
Da passeggero.


Mentre il 737-400 della PP International Airlines si solleva leggero dalla pista 26 sinistra di London Gatwick ed i primi pallidi raggi di sole iniziano a filtrare oltre la densa coltre di nubi, cerco di interpretare pensieri e stati d'animo delle persone che mi circondano.
So per esperienza che per la maggior parte di loro il volo appena intrapreso non significa altro che due ore di ansia o noia da qui alla nostra destinazione. Per me non è così.


Non ho mai pensato l'aereo come un banale mezzo di trasporto. Il volo conserva un fascino ed una pura bellezza in sé e, per quanto l'abitudine a salire oltre i diecimila metri possa far correre il rischio di abbandonare questi romantici presupposti, per me è ancora così. E' vero, sono un po' di parte...
Ma a tratti mi rendo conto di aver ancora gli occhi di quel bambino che trent'anni fa si spalmava sul finestrino e tempestava di domande genitori, hostess, sconosciuti.


Siamo sopra la Manica mentre il pavimento di nuvole che stiamo sorvolando viene progressivamente incendiato dalla luce del sole che si alza ad Oriente. L'atmosfera nella cabina passeggeri è tranquilla e rilassata. C'è chi dorme, chi legge il Times, chi lavora al suo laptop.

Con gli auricolari nelle orecchie, guardo fuori dal finestrino e lascio che i pensieri scorrano accompagnati dal soffice tocco di un pianoforte e dal penetrante battito di un contrabbasso...
Musica per il mio cuore.
Mi prendo tutto il tempo necessario, allungo le gambe, mi rilasso. Ascolto anche due, tre volte la stessa canzone, mi illumino alla luce delle sue parole.


Mentre l'alba lentamente stende le sue ali vengo pervaso da una dolcissima emozione. Sorrido. In questo sorriso ci sei tu. Ed i tuoi occhi puri e felici.

Quello che ti darò sarà per sempre tuo, custodiscilo nelle tue manine. Conserva ogni giorno i tuoi piccoli e grandi sogni, la fantasia dei tuoi giochi, la spontaneità dei tuoi slanci, l'eterna felicità dei tuoi occhi.


La voce si fa, se possibile, ancora più morbida, gli arpeggi accompagnano perfettamente la progressione dei miei pensieri nei freddi cieli della Francia.

I ricordi più dolci non si fanno desiderare, sono pronti a comparire improvvisamente dietro ad una nuvola di panna.
Ti vedo sorridere, sei lì.


Tutto questo mi porta più vicino a te con una velocità incredibilmente maggiore di quella a cui viaggia questo aereo.
Già, torno indietro da dove sono venuto. E mi rendo conto che, in fondo, è vera felicità quando si hanno le ali per volare.

A Casa.


lunedì 22 febbraio 2010

Fly One Time - Caribbean blue

La vista.
Il senso più gratificante e gratificato quando esploro il mondo e nuovi orizzonti si aprono ai miei occhi.

Spesso mi viene chiesto quale sia il mio aeroporto preferito: è proprio pensando alle emozioni che mi suscitano l'atterraggio, il decollo ed il variegato panorama circostante che non ho dubbi a rispondere Princess Juliana International Airport a Sint Maarten, Antille Olandesi.


E' una straordinario spettacolo per la vista ed in quanto tale merita di essere raccontato per immagini.
Il fascino del Mar dei Caraibi è innegabile: i colori che la distesa d'acqua restituisce allo sguardo spaziano dal verde smeraldo al turchese ed insieme al cielo azzurro fanno da splendido contorno a questa perla preziosa, festa di colore.


E' da circa due anni che ho la fortuna ed il privilegio di poter pilotare di tanto in tanto gli aerei della tratta Miami – St. Maarten.
Quando l'avvicinamento e l'atterraggio avvengono al tramonto, col sole alle spalle della pista 09, e l'aereo lentamente procede nella sua morbida discesa, ho l'impressione che l'atmosfera risuoni dei violini, dei fiati e del pianoforte della Rhapsody in Blue di George Gershwin.



Penso che l'atterraggio al Princess Juliana sia uno dei più impegnativi al mondo per un pilota. La pista è molto corta e gli aerei con cui ci si arriva spesso non sono così piccoli e leggeri...

Se sono sull'isola ed ho un po' di tempo faccio sempre un salto al Sunset Beach Bar. Sorseggiando un buon cocktail tropicale mi gusto da due passi gli atterraggi dei numerosi ATR 72, Airbus A340 e Boeing 737, tenendo d'occhio il simpatico tabellone degli arrivi, aggiornato in tempo reale.



Il meglio del meglio? Quando arriva un “Big old jet airliner” come il Boeing 747. La spiaggia e la strada subito adiacente rimangono congelate in attesa del suo roboante passaggio.
Tutto questo merita decisamente una visita.



E quando sono io a salire su uno di quei bestioni a due piani, pronto sulla pista 09, sento la potenza dei motori che rombano ed il riff anni '70 di una magnifica Les Paul.
Le due cose, unite, creano un effetto niente male.
Big ol' caribbean jet airliner, baby!

martedì 16 febbraio 2010

Fly One Time – PP 1206: SFO – LHR

19.05 Pacific Standard Time (PST).

Il Boeing 777 della PP International Airlines sale potente ed indisturbato attraverso le rade nuvole di questa tiepida serata di dicembre, lasciandosi alle spalle una scia bianca chiaramente visibile nell'atmosfera dorata.
La San Francisco Bay è là sotto e scorre veloce sotto gli occhi dei passeggeri, che ammirano in completo silenzio lo spettacolo luminoso offerto dal Golden Gate Bridge e dai grattacieli di Downtown.


Dopo una rapida salita fino a 7'000 piedi in direzione Nord, viriamo per prua 0-7-0, Nord – Est, continuando a salire fino alla quota di crociera di 37'000 piedi, la bellezza di 11'200 metri.
Ding. Ding. Ding.
Il triplo segnale acustico segnala ai passeggeri che si possono muovere liberamente all'interno dell'aereo, mentre uno steward entra nella cabina di pilotaggio portando la cena per me, Michael e Tore.

Penso che molti colleghi piloti concordino con me sul fatto che volare su lunghe tratte intercontinentali sia faticoso, ma nel complesso meno logorante rispetto ad una giornata piena di voli più brevi, costellata da tante salite, discese, attese.

Comunque una buona decina di ore di volo notturno ci separano dall'aeroporto Heathrow di Londra e sono felice di poter condividere i comandi del Boeing 777 con due validi piloti come Michael e Tore.
Michael, il Primo Ufficiale, è Californiano, originario di Sausalito, proprio vicino a San Francisco: giovane e brillante, è una spalla fidata.
Tore è il Relief Pilot di questo volo, il terzo pilota che consentirà che, a turno, uno dei tre possa staccare per riposarsi un po'. Lavoratore preciso e silenzioso, abituato al rigore della sua Norvegia, fatica sempre un po' a sedersi al posto di guida, visto che sfiora i due metri d'altezza.


Trascorse oltre cinque ore di volo, il GPS indica che stiamo sorvolando l'isola di Newfoundland, sulla costa orientale del Canada. Tore entra puntuale in cabina curvandosi tutto, come suo solito. Gli cedo volentieri i comandi e la fresca compagnia di Michael, esco e vado ad accomodarmi sulla prima poltrona disponibile.

Due passeggeri seduti dietro di me, evidentemente insonni, parlano concitatamente di affari. L'accento e i cappelli bianchi non mentono: sono Texani. Nessun limite alla loro brama di denaro e al volume della loro voce.

Per fortuna la visione della luna piena, straordinariamente luminosa questa notte, unita al ritmico lampeggiare delle luci sull'ala sinistra dell'aereo, ha su di me un effetto rilassante ed ipnotico. Una musica dolce e piacevole risuona dalle morbide cuffie di pelle ed io, piano piano, mi lascio andare...

...Mi alzo in piedi e mi guardo le mani. Sono sporche di terriccio ed aghi di pino. Le ripulisco alla bell'e meglio.
Mi guardo intorno: sono circondato da alberi altissimi e fitti. Strano, sono disposti esattamente in circolo ed io sono in mezzo.
Il sole sta tramontando, l'oscurità avanza.

Perchè sono qui?
...
Rumore... Non sono solo, c'è qualche animale che gira da queste parti.
O forse non sono animali... Mi sento osservato.
Basta, mi devo spostare subito. Devo andare a casa.
Che strada ho fatto per arrivare fin qui? Di là, provo di là.
Uh, fa freddo qui...

Cos'è stato?
...
Ah, solo il vento...
No, no, non da questa parte! Non ricordo di aver visto questa roccia a forma di brontosauro.
Devo andarmene da qui. Devo correre. Di là.
...
E' solo il vento, è solo il vento, non c'è nessuno qui...

Fuori. Sono fuori.
Quel recinto, quel campo di grano...
Mi ricordo. Presto!
Mi bruciano le braccia: i rami mi hanno strappato i vestiti.
Il cuore mi rimbalza nel petto, pesante come non mai, e corre insieme a me.
E' tanto buio, fa freddo qua fuori..
Devo correre più veloce che posso, devo arrivare...

Un chiarore.
Mi avvicino.
Solida e sicura, brilla nel buio.
Riconosco il portico, le finestre luminose: passano le paure.
E' lì, mi aspetta e mi chiama come un faro nella notte.

La discreta luce della torcia di uno steward mi passa davanti agli occhi. Mi sveglio e, dopo un buon carico di caffeina made in USA, entro in cabina per dare il cambio a Tore.


Il sole sta sorgendo sopra i ghiacci della Groenlandia. Non c'è una sola nuvola in cielo e i raggi di luce si allungano sulla gelida superficie del mare per cercare di dare colore e calore alla ruvida distesa bianca. Michael indica fuori dal finestrino di destra:
“Non ti sembra che quella roccia assomigli ad un dinosauro?”.

lunedì 8 febbraio 2010

Fly One Time - Oriente

Parigi per me significa soprattutto Emozione.
L'emozione che viene dalle passeggiate lungo i viali ariosi che tendono all'infinito o nelle ruelles spesso ricche di sorprese ben celate.
L'emozione suscitata da un'opera d'arte, sia essa conservata in un museo o per strada, sia essa un quadro o una canzone, uno spettacolo.
L'emozione di uno sguardo, di uno scorcio, di una notte.
Come questa.


Quando devo trascorrere la notte a Parigi l'appuntamento con la Torre è immancabile.
Già, la Tour Montparnasse: 210 metri d'altezza, esteticamente un pugno nell'occhio per l'armoniosa skyline parigina, ma dal Café al 56° piano la vista è davvero strepitosa.

Il rosso rubino del Beaujolais che sorseggio si riflette sull'ampia vetrata di fronte a me, mentre lascio che lo sguardo spazi verso i corridoi di luce ambrata, sui viali che richiamano il colore di un cielo ancor per poco rischiarato dal sole di ottobre.


Inevitabilmente vengo attratto da Lei, Regina incontrastata del Campo di Marte, la Tour Eiffel. Punta decisa verso il cielo, lo illumina col suo imponente fascio di luce e, allo stesso tempo, è ben ancorata alla sua terra, la domina dall'alto e la contraddistingue come solo una pedina di ferro alta 324 metri può fare.
Seguo i percorsi di luce color smeraldo e trovo, sulla destra, mirabilmente illuminato, l'imperiale Hôtel des Invalides. E poi ancora – che serata limpida! - intravedo le luci e immagino il traffico degli Champs-Élysées, sorvegliati dall'Arc de Triomphe, laggiù.
Mi viene naturale allora andare ancora più in là con lo sguardo, la serata lo consente e io ne approfitto. Ecco allora la macchia scura dell'enorme polmone di Parigi, il Bois de Boulogne. E laggiù le affascinanti altezze dei grattacieli de La Defense. E poi, e poi... In direzione Nord, quella luce nel cielo: qualche collega in avvicinamento finale a Beauvais – Tillé.


Il volo per Mosca parte alle 8.30. La sveglia all'alba è d'obbligo.
Esco dall'albergo e prendo Rue des Saints-Pères. Un taxi libero.
No, il richiamo della Senna è troppo forte... Ho tempo, lo prenderò tra dieci minuti.
Sbuco su Quai Voltaire e subito salgo sul Pont du Carrousel.

La città si sveglia lentamente e lentamente va a dormire.
Il fiume accoglie placido i primi chiarori del mattino, mentre le sagome scure di Notre-Dame e dell'Institut de France iniziano a prendere colore.
Dagli auricolari l'ipnotica melodia di Paris Sunrise #7 mi accompagna e mi fa gustare questo momento unico, mentre i pensieri vibrano nell'aria fresca come note.


Silenzio...
Sorrisi, luci.
Specchio per la mente.


Segni sottili e distinti.
Dolce presenza.
Il calore di un lungo abbraccio.


Soffici sopracciglia.
L'armonia di un accordo.
Nuovi orizzonti.


“Evviva il cielo che ci fa volare
,
evviva la terra che ci fa sporcare,

evviva il silenzio che allena la mente,

evviva un sogno di pace splendente”
.

martedì 2 febbraio 2010

Fly One Time - Primrose Hill

Mentre ti scrivo, starai preparando la cena.
Ti immagino: lì in cucina, dolce e silenziosa. Buon profumo, colori intimi e caldi. La tv accesa su “Che tempo che fa”.
Due occhi grandi, verdi, ti guardano, poi si fissano sul modellino della macchina rossa, poi su quel bell'aeroplano bianco, poi sulla bottiglia coloratissima, poi di nuovo sulla mamma, che non si sa mai...

Mi mancate.
E' stata una settimana dura, ne abbiamo fatte di miglia. West coast, East Coast, West Coast, East Coast. Oggi Londra, finalmente. Ma soprattutto, domani sarà Torino, sarà Casa.

Fuori dalla veranda, su Elsworthy Road, vedo passare in questo momento Chris, il vicino (sai, il gallese, quello simpaticissimo, che parla un dialetto quasi incomprensibile), mentre viene portato a spasso dal suo Labrador bianco. Stasera c'è una stupenda luna piena. La sua luce candida filtra in casa e si fonde con quella dello schermo del mio notebook.
Quasi quasi più tardi vado a fare due passi su Primrose Hill, qui dietro. L'aria è fredda ma il cielo è particolarmente terso rispetto agli standard londinesi e mi potrò gustare per un po' il più bel panorama di Londra con il sottofondo di una bella canzone.

Certo, da solo non è lo stesso... Ti ricordi l'ultima volta? Quando siamo finiti in mezzo a quel video musicale con quella ragazza vestita da ballerina di flamenco e tu, guardandola, l'hai fatta ridere, così che hanno dovuto ripetere la scena?
Ah, che bello!

Leggerai questa mail dopo cena...
Quando metterai a letto Gabriele mi piacerebbe che gli raccontassi questa piccola storia da parte mia. Visto che ormai il piccolo fa domande su ogni dettaglio dei nostri racconti ti divertirai un sacco ad arricchire la trama che ti scrivo.
Prima, mentre da Heathrow mi spostavo qui ad Elsworthy Rd, guardavo Londra e...

C'era una volta una piccola anatra. Si chiamava Wright. Avrà avuto tre anni, tre anni e mezzo massimo. Era molto bella: aveva il becco giallo, la testa verde smeraldo, il collo grigio scuro, il corpo grigio chiaro e le zampe arancioni. Viveva insieme ad altre tre altre anatre in un lago enorme, grandissimo. Ma vediamo un po' chi erano le altre anatre e come si chiamavano: c'era Phillips, che aveva le piume delle ali color blu scuro ed era un'anatra pescatrice; c'era Jermain, un anatroccolo piccolo e muscoloso e davvero molto spavaldo; infine c'era Defoe, un'anatra anziana, di dieci anni, che faceva un po' fatica a nuotare ma aveva sempre buoni consigli da dare e parlava davvero tanto.
Wright era la più giovane delle anatre, ma era intelligentissima e se la sapeva cavare molto bene in ogni situazione. Il suo migliore amico e compagno di mille avventure era Jermain.

Era un giorno come tanti altri, agli Highgate ponds di Hampstead Heath, la casa delle nostre amiche anatre. Come ogni mattina, alle 7.30 puntuali, le libellule erano passate a suonare la sveglia e le anatre avevano fatto colazione mangiandosele. Le anatre, infatti, essendo degli uccelli, si nutrono anche di insetti!
Dopo un'abbondante colazione, quindi, le quattro anatre di Hampstead partirono per un viaggio: dovevano arrivare dall'altra parte del lago prima del tramonto. Come al solito Jermain partì nuotando velocissimo e dopo un minuto era già davanti a tutti. Phillips si muoveva più lentamente ma, così facendo, di tanto in tanto riusciva a pescare qualche piccolo pesciolino e ne dava anche ai suoi amici. Wright nuotava proprio bene per avere solo tre anni e, muovendosi fluida nella fresca acqua del laghetto, si guardava intorno, osservava tutto e cercava di imparare il più possibile. Scuoteva il becco pensando a Jermain, a cui invece importava soltanto di arrivare per primo dall'altra parte del lago. Defoe era molto indietro, sudava un po', ma piano piano si spostava anche lei verso l'altra parte del lago cantando a squarciagola le belle canzoni dei suoi tempi.

Era estate ed era domenica, Wright l'aveva capito perchè tante persone erano sedute, sdraiate o giocavano intorno al lago. Era bello vedere quegli animali strani che si muovevano e a lei stavano simpatici soprattutto quelli piccoli piccoli. Soprattutto quelli che avevano gli occhi verdi, perchè erano dello stesso colore del suo collo.
Ad un certo punto Wright sentì un rumore fortissimo, quello che avrebbero potuto fare cento tronchi che fossero caduti nel lago mentre Defoe urlava contro i piccioni. Senza capire perchè, sentì il bisogno di volare. Non importava dove, doveva solo volare. Vide che anche le altre anatre provavano a fare lo stesso. Defoe non ci riuscì, appesantita dai suoi anni e dai troppi spuntini che gli uomini le avevano lanciato in acqua nel corso della sua vita. Disse alle altre di pensare a salvarsi, lei ce l'avrebbe fatta.

Wright perse presto di vista le altre anatre e volò all'impazzata verso quello che le sembrava un lago enorme, in lontananza. Iniziò a sentire dell'acqua caderle sulle ali, ma grazie ad una tecnica che le aveva insegnato Jermain riuscì a volare bene. Volò verso il lago per qualche minuto, era quasi arrivata. Fin quando... Ahi! Le cadde addosso un pallino bianco che per poco non la fece precipitare. Poi ne vide altri. Cos'era quella pioggia strana? Doveva mettersi in salvo.

Atterrò sull'acqua, l'aveva raggiunta finalmente.
A ben vedere, forse non era un lago... Comunque, i pallini bianchi facevano male, doveva andare in un posto coperto. Si alzò di nuovo in volo e raggiunse quello che le sembrava un enorme pavone. Conosceva i pavoni, ogni tanto ne vedeva uno e le piacevano. Pensò che lui avrebbe potuto coprirla sotto le sue piume: era piccola ed indifesa. Vide che il pavone era bianco: non si vedevano tanto spesso pavoni bianchi, ma Defoe le aveva detto che una volta, quando era allo zoo di Londra, ne aveva visto uno così. Allora andò decisa da lui. Quando gli arrivò vicina si accorse che era davvero grande. E aveva una ruota stranissima! Era formata tante grandi uova bianche e blu. Provò a chiamare il pavone, ma, visto che non si girava e che la pioggia di pallini continuava a cadere, decise di provare a coprirsi dentro una di quelle uova: era aperta, doveva esserne uscito da poco un pulcino!

Entrò.
Dopo un istante l'uovo si mosse. Wright non capì cosa stava succedendo. Riusciva a vedere fuori: l'uovo stava volando! Si muoveva molto lentamente e saliva, saliva... Vide che la pioggia di pallini bianchi era finita. Non poteva più uscire dall'uovo, si era chiuso. Il cielo iniziò a diventare azzurro, le nuvole scomparvero. L'uovo era arrivato davvero in alto e Wright fu affascinata dalle cose che vide in quel momento: la città era sotto di lei e poteva anche vedere casa sua laggiù. Si sentiva protetta, al caldo di quell'uovo. Si accoccolò tra le sue piume ormai asciutte e, piano piano, si addormentò...

Bene, spero di non aver esagerato. Sai bene che quando inizio a raccontare vengo coinvolto dalla storia e non mi fermerei più...
Ora esco e faccio due passi su Primrose Hill ascoltando questa canzone.
Prova a sentirla anche tu e dimmi se ti piace: la trovo rilassante, magica, perfetta per questa notte, per ricordare che “the earth is not a cold dead place”.


A domani, non vedo l'ora.

B

lunedì 25 gennaio 2010

Fly One Time - PP 0125: MXP - LCY

“Tutte le procedure di sicurezza sono state completate, i passeggeri sono seduti e pronti al decollo, capitano”.
Faccio un cenno di ringraziamento alla hostess, che esce dalla cabina, mentre dalle cuffie ronza il messaggio di via libera dalla Torre di Controllo: “PP IA 0125 cleared to take-off. Runway 35 L”.
“Ok José, andiamo in scena noi” dico al mio fidato copilota madrileno e con un lieve tocco alla manetta porto l'aereo oltre la linea di attesa e lo allineo al centro della pista.


Sono le 7.19 e l'Airbus A318 della PP International Airlines è al fondo della pista 35 sinistra di Milano Malpensa, pronto a portare i suoi cento passeggeri a London City Airport.
Diamo tutta manetta e l'aereo ci restituisce la splendida sensazione di imperiosa potenza incollandoci agli schienali.

"130 miglia all'ora...140...150...”

Tiro lentamente verso di me la cloche e dopo qualche secondo il mondo è là sotto, piccolo piccolo, e noi saliamo attraverso le nuvole di questo fresco mattino di marzo.

Mentre i motori rombano a piena potenza e la salita procede fluida e sicura verso un cielo sempre più blu penso alle persone che siedono a pochi metri da me, immagino le loro storie...


In
Business ho visto la solita schiera di manager in carriera “cravatta-collettobianco-blackberrycompulsivi” pronti, appena giunti a destinazione, ad uscire dall'esclusivo e centrale aeroporto di Londra e a fiondarsi in qualche ufficio nelle Docklands o nella City per una nuova settimana all'insegna delle transazioni a molti zeri.


Ci sarà quel bimbo - chissà quanto sarà emozionato – che appena salito sull'aereo si stava catapultando dentro la cabina di pilotaggio e probabilmente me lo sarei trovato in braccio se non fosse stato per lo steward. Affascinato da tutto, mi ricordava qualcuno... Più tardi mando la hostess a chiamarlo e gli faccio vedere cosa si prova a stare qui, gli piacerà.


E poi, sparsi qua e là, ci saranno – la statistica è infallibile – gli Aviofobici. I passeggeri che, purtroppo, proprio non riescono a godere dello spettacolo del volo. Li vedi già tesi prima dell'imbarco, mentre scrutano il falco di metallo e vetro che li porterà sopra le nuvole. Guardano con attenzione i tecnici che si affaccendano laboriosi tra i suoi artigli e alzano il livello d'allarme quando sembra che uno di loro stia lavorando un po' troppo a lungo là sotto... Una volta messo piede sull'aereo, possono diventare incontrollabili. Incollano gli occhi sugli assistenti di volo, ansiosi di conoscere ogni procedura d'emergenza compresa la collocazione del beccuccio di riserva del giubbotto di salvataggio e leggono una decina di volte l'”apposito opuscolo collocato nella tasca di fronte a sè”. Per non parlare del panico da turbolenza...


Pensando a loro scuoto la testa dispiaciuto, mentre livello lentamente l'aereo alla quota di crociera di diecimila metri, sopra il Lago di Ginevra. Ed è soprattutto a loro che penso cercando di svolgere ogni giorno un lavoro “smooth and clean”.


“Morbido e pulito...” sussurro mentre scendiamo verso il London City Airport in direzione della pista 28. E' un approccio singolare e molto impegnativo – e molto divertente – perchè più ripido del consueto. La pista è di fatto stata costruita in mezzo alla città e la discesa deve avvenire con un rateo di 5.5 gradi invece dei classici 3.

I grandi pneumatici dell'aereo si appoggiano sull'asfalto sollevando una nuvoletta di fumo bianco, mentre i riflessi del pallido sole londinese scintillano sugli specchi d'acqua delle Docklands.


“PP International Airlines vi ringrazia per la preferenza accordata e si augura di potervi accogliere presto sui propri aerei.”


La lounge PP nel terminal dell'aeroporto è piccola ma confortevole. Io e José ci concediamo un assaggio di English breakfast e poi ci salutiamo con un bell'abbraccio. Domani mattina si torna a Milano, abbiamo un giorno libero.

Ho deciso che oggi sarà una giornata di relax. Gli orari di lavoro me lo permettono e Londra ormai è una seconda casa per me, visto che il quartier generale della PP International Airlines è qui. Ho imparato ad amare questa città...E sinceramente non è stato tanto difficile.

Un'enorme, variegata, interessante, divertente, affascinante metropoli, in cui puoi immergerti pienamente senza venirne sopraffatto: “British style”.

Ho trovato una bella casa nel quartiere di Primrose Hill, tranquillo, immerso nel verde, a due passi da Regent's Park.

Entro in casa e penso a mia moglie ed a mio figlio: “Chissà, magari presto saremo qui...Insieme”. La giornata scorre tranquilla tra il jogging a Regent's Park, un sonnellino ed un po' di ottima televisione inglese.

Le 19.00: suona il telefono. E' José. Mi propone di accompagnarlo in un locale, il “Met Bar”. Mi concedo uno strappo alla regola e gli do fiducia: è lui quello che conosce la “London by night”!

Un'ora dopo siamo seduti ad un tavolino di fronte ad una mezza pinta di ottima lager inglese. Il locale è molto trendy, molto “contemporary art”...Francamente asettico e poco stimolante. L'unica cosa che realmente mi stimola in questo ambiente è l'invitante visione di uno splendido pianoforte a coda Yamaha, nero, lucido. Ecco uno splendido pezzo d'arredamento, altro che due fili di rame intrecciati intorno ad una mela verde e spacciati per opera d'arte contemporanea di un presunto artista sudcoreano mentecatto.

Mentre parlo con José del nostro lavoro, della nostra compagnia e delle future nuove tratte da affrontare, l'occhio mi cade su una figura che si avvicina al pianoforte.

Eccentrico - “guarda che occhiali!” - basso, grasso e sudaticcio, sgraziato, si siede davanti alla tastiera. Si guarda intorno e inizia a suonare qualche nota. Noto che ha delle dita incredibilmente tozze. Mi ricorda qualcuno, ci sa fare... No.

Lui. Qui. Il Baronetto.

Appena sente che il mormorìo di stupore e meraviglia, che si era rapidamente diffuso nella sala, cala per concedere tutto lo spazio possibile ad un così unico e inimitabile talento, comincia a suonare per davvero. Decolla. Ed io con lui, chiudo gli occhi e salgo tra le stelle.

E' Musica…Mi godo fino in fondo questi dieci minuti.

Penso a Lei, a nostro figlio, alla mia vita. “It's just my job five days a week”.

Una gemma rara, un ricordo prezioso. Il mattino successivo ripasso ancora mentalmente i passaggi delle improvvisazioni al pianoforte di Elton, ancora in estasi mistico-musicale, mentre mi trovo su un taxi, nuovamente diretto a London City Airport. Su Silvertown Way, poi, vedo spuntare la gigantesca cupola del Millennium Dome e buona parte della poesia che mi portavo dietro scompare all'istante.

Diecimila metri di altitudine. 580 miglia orarie di velocità. Il GPS indica che stiamo passando sopra Parigi in questo momento. José commenta: “Anche oggi si vola alla grande, neanche un intoppo...”

Squilla il telefono della cabina. Rispondo io, sarà la hostess che chiede cosa vogliamo per colazione. Non riesco quasi a sentirla, la sua voce è coperta dalla musica. Gente che fa baldoria, che canta “Na na na... Na na na...”.

Lascio i comandi a José e vado a controllare che cosa sta succedendo là dietro. Apro la porta della cabina e resto a bocca spalancata: tutti i passeggeri con le braccia alzate, le muovono a destra e a sinistra ritmicamente. In fondo all'aereo, un uomo vestito completamente di rosso, con degli occhiali da sole verdi, suona un organetto e canta a squarciagola “Take me to the pilot”. Quando mi vede, smette improvvisamente di suonare e mi corre incontro.

Mi abbraccia, piangendo. Confuso, lo conforto, mentre i gradi sulla mia spalla destra si bagnano sempre di più. Poi, quando si stacca dalla morsa con cui mi si era avvinghiato e si toglie gli occhiali per asciugarsi gli occhi, lo riconosco.

Lui. Il Baronetto. Sir Elton John.

Aviofobo.

Take me to the pilot, baby!

lunedì 18 gennaio 2010

Fly One Time - PP 2501: NCE - AJA

"Chi ha provato il volo camminerà guardando il cielo, perché là è stato e là vuole tornare."

Leonardo ci aveva visto giusto. Quante volte ho ripensato a questo aforisma negli anni di studio e pratica...
E come non pensarci durante il mio primo volo da pilota di linea!


Lo ricordo come fosse ieri, ero copilota del volo Nice Côte d'Azur – Ajaccio Campo dell'Oro in una calda serata di giugno.
Dopo tanti sacrifici, la fresca assunzione alla PP International Airlines, emergente compagnia inglese, mi avrebbe permesso di solcare i cieli del mondo: il sogno era diventato realtà.

Quella sera eravamo impegnati su una tratta breve ed il piccolo ATR 72 fece il suo dovere nei previsti 50 minuti di volo, permettendoci di gustare uno splendido tramonto. Le condizioni meteo erano buone e stabili ed il comandante mi lasciò effettuare avvicinamento ed atterraggio alla pista 09 dell'aeroporto di Ajaccio.

“Campo dell'Oro... We will walk in fields of gold” pensavo sorridendo mentre il taxi si allontanava dal terminal. Il volo di ritorno per Nizza era programmato per le 10.00 del giorno successivo e mi stavo spostando verso l'albergo in cui avrei trascorso la notte. Avevo scelto qualcosa di più caratteristico dell'hotel di fianco all'aeroporto, dove andò invece il resto dell'equipaggio.

Venti minuti più tardi ero di fronte al “Carpe Diem Palazzu” a Suarella. Salutai Petru, il simpatico tassista di Bastelicaccia che mi aveva portato fin lì e respirai a pieni polmoni l'aria della Corsica verace, quella dell'entroterra, quella che sapeva di muschio e cinghiale... Un attimo dopo ero seduto ad un tavolo del ristorante dell'albergo con l'acquolina in bocca.

Mi guardai intorno: nella piccola sala c'erano tre persone oltre a me. Un'anziana signora che portava sul viso i segni profondi di una vita vissuta in pienezza e semplicità mi sorrise mentre, curva curva, sorseggiava lentamente dal cucchiaio il suo aziminu di pesce.
Ad un altro tavolino sedevano due uomini di mezz'età vestiti di nero.
Sembravano attori teatrali e parlottavano tra di loro in questa lingua a me ancora sconosciuta ma già simpatica: il corso, un misto tra sardo, genovese e toscano. Di tanto in tanto, mentre assaporavo fricassea d'agnello e figatellu brasato alla birra Pietra qualche parola arrivava alle mie orecchie: “Nuvellu”, “gemellu”...
Ero interessato e divertito da questi due personaggi e dal loro strano dialetto così, finito il dolce a base di pisticcini e canistrelli, andai al loro tavolo e mi permisi di offrir loro un buon mirto corso.

Andammo avanti a chiacchierare per molto tempo e molto mirto. Cercai di farmi insegnare il corso e alla fine della serata lo parlavo un po'. O forse era il Mirto del Niolu a parlare per me... Comunque scoprii che i due presunti attori in realtà erano musicisti autoctoni e li ascoltai affascinato mentre mi parlavano del profondo legame con la loro terra, un grande amore che cercavano di trasmettere attraverso le loro opere. A un certo punto, tutti e quattro – la signora si era unita al gruppo – caldi e vivaci, improvvisammo un quartetto polifonico in pieno stile isolano sulle note del “Nessun dorma”. Ecco, fu quello il momento in cui realizzai che era ora di andare a dormire dal momento che la mattina successiva avrei dovuto pilotare un aereo.

Raggiunsi la mia stanza e crollai sul letto. Una luce fastidiosa mi puntava dritta negli occhi: era una notte di luna piena e la finestra aperta mi regalava generosa questo spettacolo. Chiusi gli occhi e cercai di addormentarmi...
Percepii una presenza fuori dalla stanza. Ero sicuro che ci fosse qualcuno dietro la porta. Mi alzai circospetto, andai ad aprire e...

Un muflone.
No, no. Momento... Chiusi la porta. La riaprii...
E sorrisi, era stato tutto frutto della mia immaginazione. Era solo una capra.

Mi guardava e poi puntava il muso verso le scale, ripetitivamente, senza parlare. Fece due passi, poi si fermò e mi fece cenno di seguirla.
Uscimmo dal “Carpe Diem Palazzu” e poi Capra iniziò a trotterellare allegramente verso un bosco. La seguivo a distanza, cercando di non perderla di vista nella lattiginosa luce di quella notte. E poi via a scalare rocce, saltare crepacci, attraversare campi di grano, giù, fino al mare, dove l'amica ovina si fermò. Piano piano, mi feci vicino. Vidi che stava fissando una nave che si allontanava lenta verso l'orizzonte e lessi una nota di nostalgia nei suoi occhi. Poi si girò verso di me e fece “Beee beee beee”...

Beee beee beee. Il telefono in camera squillò puntuale alle 6.30 e mi svegliai di soprassalto. Mi alzai dal letto con tutti i muscoli indolenziti e mi preparai per lasciare la stanza. Dopo una doccia veloce, uscendo dal bagno, notai qualcosa per terra, vicino alla porta. Era un CD. Lessi l'etichetta: “Per B.T. … Aspettami”. Era scritto davvero male – pensai – guardando la pessima grafia di chi al posto delle mani potrebbe avere degli zoccoli.

Rimasi pensieroso per tutto il viaggio in taxi verso l'aeroporto. Di fatto ero rimasto poche ore in quel mondo fatto di mare, montagne, musica e sapori, ma sentii che mi aveva segnato. Profondamente segnato.

Alle 9.59 ero nell'ATR 72, sulla pista 20 di Ajaccio Campo dell'Oro.
“Torre di controllo, chiediamo il permesso di decollare in direzione Nord.” “Permesso accordato.” Feci un cenno al comandante da dietro lo specchio dei miei occhiali da sole e diedi piena potenza ai motori.


Aspettami Corsica... Presto ritornerò.