What if I say you're not like the others?


Point Particle è un blog nato per ospitare le idee e i pensieri di chiunque voglia scriverci. Nella sua pur breve vita, ha accolto e fatto leggere pezzi molto diversi, scritti da persone molto diverse. Pezzi che forse raccontano la storia di chi li ha scritti, o magari l'accarezzano soltanto. Frutti di un'ispirazione che a volte riesce a disporre le lettere una di fianco all'altra proprio in quel modo che ti fa provare qualcosa di speciale. Un'ispirazione che si è manifestata in persone normali, come te e come me. Persone che hanno deciso di condividere qualcosa con chiunque passasse di qui, anziché perdere i propri pensieri nei meandri della mente.
Perché chi deposita qualcosa in questa piccola banca non ha niente da perdere, ma chi apre questa pagina e legge qualche pezzo ha molto da guadagnare.
E allora... Buona lettura!

martedì 5 aprile 2011

News from Australia part 3

TEMA: La mia prima settimana di scuola

SVOLGIMENTO:

Questa che è appena finita è stata la mia prima settimana di scuola. La maestra ha dato a tutti noi come compito per il week end un tema in cui descrivere la mia prima settimana di scuola e io ne approfitto per mandarvi il consueto, atteso aggiornamento. Che sia atteso non lo so, ma certo non potete dire che non sia consueto.

Lunedì mattina, come ogni bravo alunno diligente alle prese con il suo primo giorno, mi presento con un quarto d’ora d’anticipo davanti al portone della scuola. Subito incontro il preside che mi saluta cordialmente e mi invita a seguirlo nella sala riunioni, dove incontro altre tre ragazze asiatiche, anche loro alle prese con il loro primo giorno, ed evidentemente più diligenti di me. Subito veniamo messi alla prova per testare il nostro livello di inglese ed essere così inseriti nella classe a noi più appropriata. Con una certa soddisfazione posso dirvi di essere stato inserito nella classe che sta proprio un gradino sotto quelli bravi bravi. Quelli, per intenderci, che l’inglese lo sanno eccome, e magari sono lì per migliorare la grammatica, per rendere più fluido il loro discorso e così via: per me, che l’inglese lo devo imparare e non lo devo perfezionare, è stato un successo.

Così incrocio la professoressa per le scale e insieme facciamo il nostro ingresso nella mia nuova classe, dove gli altri studenti attendevano seduti, chiacchierando amabilmente tra di loro. Quello che dovete sapere su questi studenti è che sono tutti, nessuno escluso, con gli occhi a mandorla. Quindi appena mi hanno visto entrare hanno tutti, nessuno escluso, fatto un “OHHHH” di esclamazione, che non necessita ulteriori spiegazioni.

Prendo posto davanti a tutti, così come vuole la professoressa, e nell’attesa generale, vengo invitato a presentarmi: “Ciao, mi chiamo Fabrizio” mi limito a dire. Mi giro a vedere le loro facce stranite, mentre con fare contrito e con smorfie indicibili provano a ripetere il mio nome, cercando di farlo nel modo più corretto possibile, in modo da non offendermi: “Forizii? Fabiziuuu? Papiziiii?”. Niente da fare. Come i bambini quando dai loro un giocattolo spento e loro ti guardano un po’ incuriositi e spaesati, io non ero riuscito a farmi capire abbastanza. Così mi viene il lampo di genio, quella giocata da fuoriclasse che pochi al mondo hanno: “Ma se volete potete chiamarmi Fabio. Per me è uguale” dico, e vedo il loro sguardo illuminarsi, irradiarsi di gioia, mentre tra urla di giubilo, sorrisi grandi così, danze di benvenuto e bottiglie stappate a festa ripetono, gridano all’infinito il mio nuovo nome. Ho visto scendere anche qualche lacrima: in quel momento ho acceso per loro il nuovo giocattolo che tanto desideravano. Mi giro verso la professoressa e anche lei è raggiante. Fabio è notevolmente più facile anche per lei. Ed è così che, per la prima volta nella mia vita, divento a tutti gli effetti Fabio Billero. Ora sono diventato uno di loro, sono stato accettato nel branco, e posso finalmente prendere il posto che mi spetta, vicino a due ragazzi che si affrettano a sgombrare la scrivania e allontanare la sedia dal banco, per farmi accomodare e riempirmi di domande del tipo se ho Facebook, cosa faccio nella vita e se conosco Park, quello che gioca nel Manchester United.

Anche se sembrano tutti uguali, sto imparando in questi giorni a distinguerli per provenienza e scopro pian piano che sì, hanno tutti gli occhi a mandorla ma che no, non sono tutti uguali. Sono coreani, del sud ci tengono a precisare, con una fermezza che mi ha fatto ricordare che un po’ dappertutto ci siano problemi di divisione e che forse a loro tutte le storie sul federalismo, sulla secessione, sulle trote e sulle feste dell’unità vere o presunte farebbero un po’ ridere; giapponesi, pieni di una dignità e di un rigore morale così alieni e lontani dal nostro modo di approcciarci alle tragedie da farmi venir voglia di diventare giapponese anch’io, e taiwanesi, che poi sono come i cinesi solo un po’ più ricchi.

Questi sono i miei nuovi amici, con cui passo buona parte delle mie giornate australiane e con cui condivido la scoperta di una cultura e una lingua nuova per tutti, la curiosità reciproca nel conoscere usi e costumi di popoli così lontani dal mondo con cui siamo abituati a confrontarci abitualmente, la fatica e la gioia di comprendere un gesto di cortesia e di amicizia in un contesto dove le regole dell’approcciarsi all’altro sono tutte da riscrivere, e così via.

In tutto questo condivido con loro anche il pranzo: al rientro dalla pausa, che solitamente tendo a fare fuori dall’aula per conoscere altri ragazzi, per sgranchirmi le gambe e fare due chiacchiere con Alec che sta nella classe vicina alla mia, non vi dico da quali e quanti odori venga assalito: resti di pollo all’arancia, di spaghetti in acqua marina con uova, involtini di riso al wasabi, calamari e totani talmente fritti da essere neri assalgono le mie narici, penetrano le potenti barriere olfattive che anni di allergie avevano rafforzato per questi scopi, arrivano dritte al mio cervello e mi ricordano che in fondo in fondo è giusto ritenere che qualche differenza tra me e loro ci sia, nonostante tutto.

Ma per non essere scortese ho dovuto accettare il cibo offertomi nelle uniche due occasioni in cui mi sono attardato ad alzarmi e uscire dalla stanza prima che loro imbandissero la tavola a nozze: una volta ho accettato due totani e un pezzo di pollo, rigorosamente mangiati con le bacchette, per cui ho passato buona parte della mia serata sul bagno a maledire Marco Polo e la Via della Seta, e oggi ho replicato con pezzo di sandwich che masticavo mentre, come i monaci Chao Lin, facevo di tutto per non essere lì con il mio corpo pensando al gol di Grosso contro la Germania, per cui sono ancora qui a scrivervi, cosa che interpreto come segnale positivo.

Concludo con un aneddoto su Alec, che in questi giorni ho imparato a conoscere meglio e che fa davvero pisciare dal ridere: mi ha confessato, pregandomi di non dire niente a Mary, che il suo vero nome è Alex ma che la prima volta che si è presentato a lei, la nonna ha capito Alec. Quindi dal suo primo giorno in questa casa lui è diventato Alec, mentre per tutti gli altri, e da ieri anche per me, è ovviamente Alex.

Insomma, la storia dei nomi sbagliati sembra essere una costante di questi approcci australiani!

Inauguro in questa occasione una rubrica a cui ho pensato molto in questo periodo e a cui tengo particolarmente, perché vera cartina tornasole delle differenze socio-culturali che separano le due parti del mondo. Il titolo che ho deciso di dare a questa rubrica è: “Proverbi italiani che non hanno senso se li dici in Australia”.

Il primo proverbio italiano che non ha senso se lo dici in Australia è:

Chi va a Roma perde la poltrona.

Baci a tutti, al prossimo aggiornamento

giovedì 31 marzo 2011

News from Australia part 2

Porta chiusa, lampada accesa, ventilatore che gira, due cuscini dietro la schiena, gambe stese sul letto: son pronto per scrivervi un nuovo aggiornamento.

La settimana che si conclude oggi è stata la prima che ho passato in questa terra lontana e accogliente. Ho vissuto questi sette giorni in modi molto contrastanti, passando da momenti di grande riposo e meditazione, conciliati dall’aria familiare del giardino di casa o della mia stanza, così piccola ed essenziale da somigliare ad una cella (sì, sto leggendo il libro di Enzo Bianchi!), a momenti vissuti con le antenne drizzate e i pori della pelle ben dilatati per permettere ad ogni cosa di farsi conoscere, vedere, sentire e gustare. Mi sto avvicinando a questo nuovo mondo con grande discrezione, senza far rumore, come quando ti avvicini a un bimbo che dorme e lo contempli in silenzio, in tutta la sua naturale bellezza, senza muovere un solo muscolo per paura di svegliarlo. In questi casi mi succede puntualmente di compiere qualche gesto estremamente goffo che di norma sveglia il pargolo, tra strilla (sue) e maledizioni (mie, e quando son fortunato pure della madre). Ma torniamo a noi. Questo atteggiamento mi permette di osservare senza fretta gli elementi che mi circondano, dando il tempo a me di accedere a questa nuova dimensione, senza la bramosia di volerne divorare subito la polpa, e a loro la possibilità di entrarmi dentro con i giusti tempi, come fossimo ad un ballo dove la damigella invita il cavaliere a seguire i suoi passi, con pazienza ed eleganza. Inoltre tutto ciò mi sta facendo scoprire il dono della solitudine, intesa non come isolamento ma come il vivere gli eventi in maniera personale, per cui è però passato troppo poco tempo per poterne parlare con cognizione di causa.

Non so se sia una fortuna o un limite, ma quando mi muovo per mondi nuovi, fossero anche la casa di un amico che mi invita per la prima volta a prendere un caffè o la vista di un paesino sulla riviera ligure che mai avrei pensato potesse esistere in quella forma così perfetta, mi è inevitabile fare a meno di notare subito le differenze che passano tra quei contesti e il mio modo di vedere le cose e di viverle. Di solito cerco di non farmi aspettative e di non immaginare la realtà, proprio per non rovinarmi questo piacere.

In un caso estremo come questo, dove le persone, tanto per dirne una, vivono a testa in giù, le sollecitazioni che ricevo dall’esterno su questo aspetto sono davvero miliardi, e devo ammettere che mi fanno anche godere un pochetto. Proverò a farvi quindi un piccolo elenco delle cose che finora mi hanno colpito e hanno messo in moto la mia fantasia, facendole fare lunghi e piacevoli viaggi. Alcune vi parranno ovvie e scontate, quasi dei luoghi comuni, ma vi assicuro che viverle è tutt’altro che banale.

  • Da queste parti si guida al contrario, con tutto quello che questo agire comporta. E mi riferisco alla mia incolumità quando attraverso la strada col rosso e sbadatamente guardo a destra anziché a sinistra e viceversa. Sarebbe veramente uno dei modi più idioti che conosco per passare a miglior vita.
  • Il cibo si cucina per il semplice motivo che farebbe schifo mangiarlo crudo. Si mangia perché se no si morirebbe di fame. Non sto parlando di me, dico in generale: non c’è nessuna cultura del mangiare bene, del sedersi intorno a un tavolo, di discutere con un bicchiere in mano. Niente di tutto questo: si cena alle sei (conosco almeno cinque o sei persone che stanno leggendo questa mail che a quell’ora sono ancora in pieno delirio lavorativo), e alle sei e dieci si è già finito. Chi finisce prima si alza e se ne va: il coreano, che a parte questo aspetto mi sta simpatico, mediamente in sei minuti conclude le operazioni. Mentre vi scrivevo questa parte sono stato interrotto per la cena (inaspettati fusilli al ragù, scotti ma mangiabili) ed è andata proprio come vi ho appena descritto. Per me è stato molto divertente!
  • Il calcio non è per niente lo sport nazionale australiano.
  • I pipistrelli volano di giorno e sono giganti. Mi vorrei soffermare un momento su questo aspetto: vi sembrerà una roba da poco, ma vi prego di credermi se vi dico che non avrei mai immaginato che potessero esistere pipistrelli così grandi. Sono immensi e compatti e svolazzano tutto il giorno tranquillamente sopra le nostre teste, fregandosene o magari ignorando totalmente la buona regola che li vorrebbe animali notturni. Vi giuro che fanno venire voglia di non appartenere più alla categoria dei mammiferi.
  • Il pomodoro è un frutto.
  • E’ molto più facile che dal pomodoro esca succo di pomodoro anziché sugo per la pasta. Mannaggia a loro.
  • Mi fa molto ridere l’approccio anglosassone che si usa nei telegiornali: qualunque notizia venga data, dallo tsunami di queste ore all’avvistamento di un coccodrillo nel giardino di casa (notizia vera!), è d’obbligo l’intervista al testimone di turno che, assolutamente serio e con dovizia di particolari, descrive l’accaduto come se fosse lui il giornalista. E’ divertente perché chiunque passi per l’obiettivo della telecamera deve avere la stessa dignità televisiva. Quindi chiunque parli, che sia la parte lesa, il testimone, il vicino di casa, il fratello del malcapitato ecc., ha riportato sotto la didascalia con il suo nome e il suo grado di coinvolgimento nell’affaire. Non so se vi ho reso l’idea, ma il contesto risulta infine abbastanza paradossale e comico.
  • Quando c’è il sole si apre l’ombrello. Quando piove si cammina per strada in modo assolutamente naturale e pacifico. Ci ho messo un po’ ad entrare in questa ottica, ma ammetto che abbia il suo fascino.
  • Per lo stesso motivo dell’ombrello, quasi tutti fanno il bagno in maglietta.
  • I bambini a sei anni bevono il caffè come se fosse la cosa più normale del mondo. Il risultato è simile a quello che si ottiene drogando un cavallo per una corsa truccata. Il cavallo, fino allo stremo delle sue forze, corre e si dimena come un pazzo, stramazzando infine al suolo, spesso morto. Per i bambini succede la stessa cosa, solo che alla fine si addormentano.
  • Se sul pullman prenoti la tua fermata e ti alzi andando verso la porta d’uscita, il conducente ferma il mezzo appena possibile per permetterti di scendere più vicino a casa tua. La prima volta che mi è successo ho camminato per quasi un chilometro. Ora che l’ho capito non riesco comunque a trovare i tempi giusti.

Per ora mi fermo qui. Nel tempo aggiornerò questa lista.

Vedete, ogni volta che trovo queste differenze, mi viene automatico fare un passo successivo: mettere a confronto le esperienze e valutare, a livello puramente soggettivo, quale sia il modo migliore di vedere le cose. Anche qui mi sta succedendo lo stesso, mi chiedo se veramente sia questo il modo giusto per viversi la vita e se siamo noi a sbagliare tutto.

Poi ho visto come Mary è solita prendere il caffè, con una fettina di limone dentro, e ho capito che era meglio fermarsi.

lunedì 28 marzo 2011

News from Australia part 1

Eccoci qui cari fanciulli,

finalmente vi scrivo per raccontarvi un po’ su come mi sta andando la vita qui, dall’altra parte del mondo, in questi primi giorni. Vi allego un doc e non vi scrivo direttamente una mail perché dalla nonnina che mi ospita non c’è internet, quindi le mail vanno preparate a casa, come sto facendo adesso; mentre quando ve la manderò e la leggerete, vorrà dire che sarò seduto al mio bel tavolo del Mc Donald, dove la connessione free mi permette questo e molto altro.

Ora che vi ho spiegato il motivo dell’allegato posso partire col racconto vero e proprio. Dunque, credo proprio che inizierò col dirvi dove son stato fino ad oggi. Bene, fino ad oggi son stato in un ostello chiamato Gilligan’s che qui, e forse da altre parti del mondo, non chiamano hostel né, va da sé, ostello: qui il Gilligan’s si fa chiamare Backpacker o come suggerisce il volantino pubblicitario il Backpackper. Che se fosse stato soltanto un Backpacker a me sarebbe andato veramente a genio, per tutta una serie di motivi: perché costa poco, si conoscono un sacco di ragazzi da tutto il mondo (per farvi capire nei tre giorni che son stato lì, in stanza con me hanno dormito due svedesi, quattro americane, due ragazze canadesi e tre fanciulli inglesi), la cena era gratis, fanno vedere un sacco di partite della premiere league, c’è una piscina gigantesca e l’aria condizionata in camera. Ma oltre a tutto questo c’è anche una simpaticissima discoteca che, a volte la fortuna, aveva la sua sala principale proprio sotto la mia camera. La morale di questa storia è che ho passato le mie prime tre notti australiane, con un fuso orario mica male da recuperare, con queste casse che pompavano i bassi a non so quanti watt e il letto che mi tremava, bontà sua, a ritmi regolari di quattro quarti fino alle quattro del mattino. E così abbiam fatto dodici.

Da stamattina (da voi piena notte, nds) sono stato prelevato dalla simpatica nonnina, che di nome fa Mary e ha un’età imprecisata dai sessanta ai settanta, che mi ha portato con sé a fare un giro della città e farmi vedere le cose più importanti che essa può offrirmi. Insieme siamo andati alla stazione dei bus che mi porteranno da dove abita lei al centro della città e viceversa, alla scuola di inglese dove insegna un amico di sua figlia e da dove, secondo me, prende la mazzetta per ogni studente che porta, e che io da lunedì inizierò a frequentare per undici settimane, al centro congressi di Cairns che ci teneva a farmi vedere perché lì ci fanno un sacco di partite di basket e anche dei concerti rock. Poi siam passati davanti al Casinò, che ha frequentato, ma solo qualche volta, il porto e un parco giochi per i bambini.

Questa vecchietta è davvero super sprint ed è la classica nonnetta che vorremmo avere tutti e che ogni tanto vedete nei film dove ci sono le macchine parlanti o qualcuno che sa sempre cosa è giusto fare per non mettersi guai. Le uniche cose che la rendono politicamente scorretta sono che dice qualche parolaccia qua e là, anche se poi mi chiede sempre scusa, e che fuma veramente come una pazza. Vi racconto questo aneddoto: l’appuntamento con lei era alle undici di fronte al Backpacker. Io già alle dieci e mezza ero seduto lì davanti, facendo un giochino molto stupido che non so se vi è mai capitato di fare quando aspettate qualcuno che non conoscete: mi son messo a guardare chiunque avesse l’età idonea per fare la nonna sprint e ho cercato di immaginare se fosse lei. Così, quando è arrivata lei per davvero, mi è stato facilissimo riconoscerla, tanto che ci siamo subito sorrisi. Per me è stato naturale, ma per Mary evidentemente no, tanto che ha dovuto chiamare sua figlia per raccontarle l’insolito accaduto.

Fatto sta che poi siamo venuti a casa, che è veramente deliziosa, con un giardino verdissimo abbastanza grande per giocarci almeno tre contro tre con le porticine piccole, quelle senza traversa, che di solito facciamo con le magliette se fa caldo o con gli zaini d’inverno, una piscina di forma irregolare che quando finisco questa lettera vado a sperimentare, e soprattutto un sacco di flora e fauna indescrivibile. Ci sono piante rosse, rosee, verdi, ma di un verde che lo vedi che non è il classico verde, ma soprattutto ci sono degli uccelli stranissimi che vivono con lei, anche se mi ha precisato che fanno un po’ quello che pare loro, tipo che se hanno voglia di andare dal vicino prendono e vanno, senza troppe storie e senza che lei si ingelosisca. E questo l’ho trovato un comportamento molto maturo da parte di tutti, davvero. Tornando agli uccelli, hanno queste lunghe zampe che li fanno assomigliare a dei fenicotteri un po’ più piccoli, con dei colori che vanno dal grigio chiaro al nero al giallo di qualche piuma sulla testa. Sembrano davvero molto simpatici, ma per ora ci siamo scambiati solo qualche sguardo di cortesia.

A tavola con Mary abbiamo parlato di tutto. Dovete sapere che le ho fatto esplicita richiesta di correggere ogni mio errore, cosa che lei ha subito preso alla lettera. Così le nostre discussioni sono andate avanti così: io che dico qualcosa, lei che mi corregge, mi guarda perché io lo ridica nel modo giusto e lei che finalmente risponde. Oppure io che dico qualcosa, le chiedo conferma se quel qualcosa si dica veramente così, lei che con pazienza da nonna fa sì con la testa, e poi risponde. Mi ha chiesto se mangiavo tutto e se avevo problemi con qualche cibo. Ovviamente le ho risposto di no e le ho fatto un elenco, chissà perché, delle carni che mangiamo noi in Italia. Ebbene qui è successa una cosa strana: mentre le dicevo che ci mangiamo il coniglio, sapevo già che questa cosa le avrebbe fatto schifo, così come è stato. Ma la cosa ancora più strana è che quando ho pronunciato la parola rabbit la cosa ha fatto senso pure a me. Non so dirvi perché ma è andata così. E’ come se un coniglio te lo puoi mangiare, ma mangiare un rabbit proprio no; è come se ti mangiassi un personaggio delle favole, o Bugs Bunny o Rogger Rabbit per l’appunto. Va be cercherò di non pensarci, tanto qui di conigli non ne mangeremo.

Per ora va bene così direi. Stasera conoscerò anche l’altro coinquilino che dividerà con me l’affetto di questa signora. Dovrebbe essere coreano e dovrebbe chiamarsi Alec. E va beh, non poteva andare tutto bene bene.

Vi voglio tanto bene e vi penso il giusto.

Bacetti

lunedì 20 dicembre 2010

HiKu

Slowly through August
this life of mine flows Over
never the same twice

martedì 14 dicembre 2010

Rafael

Le giornate calde e afose di luglio sono difficili da sopportare in campagna. L'aria è talmente pesante da consumare tutte le energie, persino respirare richiede uno sforzo.

È la seconda dura, durissima estate che Rafael passa in Italia, a lavorare nel “Ranch Cavalli Bianchi”. Più terribile del caldo asfisiante per un guardiano di cavalli c'è solo il grande freddo. A gennaio e febbraio quando il gelo ricopre ogni cosa e raggela ogni movimento, anche il più impercettibile.

Sono due anni che ha lasciato la sua terra, la sua famiglia, la sua vita, quella vera, quella fatta di affetti, di sogni, di speranze, anche di sconfitte e difficoltà, ma sempre condivise con le persone care; quella in cui il duro lavoro è ripagato la sera quando torni a casa, vedi il sorriso di tua moglie e ascolti le tue figlie che ti raccontano cosa hanno imparato a scuola.

É passato quasi un anno dall'ultima volta che è riuscito a tornare in Romania per qualche settimana, dall'ultima volta che ha visto le sue bambine. Nina, sua moglie invece è venuta a trovarlo da poco, è rimasta solo qualche giorno, ma quando le difficoltà impongono un tale sacrificio si impara ad apprezzare davvero il valore immenso racchiuso nell'espressione “solo qualche giorno”.

Ogni sera, dopo aver finito di distribuire il fieno, dopo dieci ore di fatica e di sudore, dopo aver cenato con la famiglia del suo datore di lavoro, Rafael attraversa il campo sabbioso per arrivare nel suo piccolo appartamento dietro alla selleria. Intorno a lui il buio e il silenzio, spezzato solo dall'abbaiare dei cani. È come una sorta di rituale che si ripete alla fine di ogni giornata, un breve momento incastonato nel percorso che va dal casolare all'edificio della selleria. In quel breve tratto di strada è libero di pensare a cosa non sopporta di questa vita. Spala letame due volte al giorno in ogni box, in ogni paddock e l'odore di cavallo è impresso sui suoi vestiti e sulla sua pelle. Ma non è questo: lui ama tutto questo, ama i “suoi” cavalli, gli unici amici in questa terra straniera, gli unici che non gli vengono incontro solo per dirgli di fare qualcosa, di essere più svelto, di medicare la zampa di Pablo e di aggiustare la staccionata, gli unici che non lo guardano con aria di sufficienza mentre sposta balle di fieno sotto il sole cocente, gli unici che se potessero parlare gli chiederebbero al mattino “come stai?”.

È questa indifferenza, questa patetica aria di superiorità, questa distanza che Rafael vorrebbe lavare via insieme all'odore di letame misto a fango o a terra nuda. Ma il sapone non basta.

Del resto manca ancora poco, qualche mese, un paio d'anni al massimo, e poi potrà tornare dalla sua famiglia per tornare a vivere una vita dignitosa e felice.

A centinaia di kilometri di distanza una bambina di 6 anni piange mentre sua madre le disinfetta il ginocchio dopo una caduta dalla bicicletta e la rassicura dicendole che quando si impara a pedalare è facile cadere, ma poi ci si rialza e ci si rimette in sella, il giorno dopo.

Suo padre non sa che è caduta, che ora è spaventata. Forse pensa che presto sarà lui ad insegnarle a pedalare e forse non si immagina la sorpresa che lo aspetta nel vedere che avrà già imparato. E anche se non sa cos'è, già lo assale il rimpianto di non aver potuto vedere quella prima caduta.

venerdì 10 dicembre 2010

Prison Break

E' da qui dentro che vi parlo, dalla mia angusta tana all'interno della prigione. Una fortezza a prova di fuga.
La prigione in questione, quella in cui sono rinchiuso, non esiste.
E' questo il motivo per cui è così difficile fuggire. Non ha sbarre, non ha celle, non ha guardie. Non ha nemmeno un perimetro di alte mura e filo spinato.
Nessuna pesantissima porta blindata. Non ci sono punti di riferimento al suo interno.
In realtà, non ha interno.
Da questa galera non posso scappare, però questo non significa che ogni tanto non ci provi. So che altre persone sono rinchiuse, le sento, le vedo, ma non sono lì con me. Li vedo dentro la gabbia, non so se loro vedono me. Tutti quelli che come me sono rinchiusi si dibattono e si disperano. Se te lo vuoi immaginare, è come uno dei gironi infernali. Burroni di rocce taglienti, fiamme cocenti che fanno indietreggiare. Sagome umane, sporche e incatenate, che si lamentano e si trascinano.
Sono da solo in tutto questo. In questa prigione posso muovermi liberamente, ed è proprio questo il motivo per il quale non posso andarmene. Ovunque io vada, sono sempre e comunque in trappola. Non c'è posto in cui non possa andare, stranamente però sono sempre dentro. Con fatica ho cercato molte volte un cunicolo per scappare e, quando ho creduto d'averlo trovato, l'ho imboccato, ma non sapevo che l'uscita era sempre la gattabuia. Anni passati tra rancore e tristezza, anni interi spesi ad escogitare piani di evasione per lasciarmi dietro la gabbia. Non potevo sapere che al di fuori della prigione c'è sempre la prigione.
Alcune volte, ero convinto di essere evaso, ero contento di aver trovato la libertà, fino a quando non sbattevo di nuovo la faccia contro le sbarre.
Sbarre che non suonano di metallo quando le batti.
Sbarre di fumo.
Sbarre che non esistono.
Sono rinchiuso in questa prigione perchè mi ci sento rinchiuso.
Non ci sono piantine o planimetrie di questo posto, è un labirinto che muta, che cambia i propri corridoi in base a dove mi sposto.
La prigione eterea.
La prigione eterna.
Non mi resta che provare un'ultima volta. L'ultimo azzardato tentativo di fuga di un prigioniero stanco. L'unica cosa che mi resta ancora da provare è di smettere di voler scappare.
Chissà, magari questa volta ci riesco.