What if I say you're not like the others?
Point Particle è un blog nato per ospitare le idee e i pensieri di chiunque voglia scriverci. Nella sua pur breve vita, ha accolto e fatto leggere pezzi molto diversi, scritti da persone molto diverse. Pezzi che forse raccontano la storia di chi li ha scritti, o magari l'accarezzano soltanto. Frutti di un'ispirazione che a volte riesce a disporre le lettere una di fianco all'altra proprio in quel modo che ti fa provare qualcosa di speciale. Un'ispirazione che si è manifestata in persone normali, come te e come me. Persone che hanno deciso di condividere qualcosa con chiunque passasse di qui, anziché perdere i propri pensieri nei meandri della mente.
Perché chi deposita qualcosa in questa piccola banca non ha niente da perdere, ma chi apre questa pagina e legge qualche pezzo ha molto da guadagnare.
E allora... Buona lettura!
lunedì 14 giugno 2010
Le mie notti sono migliori dei vostri giorni
Cadi senza accorgerti che il vuoto ti inghiotte.
Il vento freddo ti brucia la faccia.
La vita scappa via feroce, l'asfalto ti accoglie silenzioso.
Solo un leggero tonfo, come lo sparo con un silenziatore.
Ma la terra è più rossa di una morte per colpo di pistola.
L'angoscia negli occhi della gente, la serenità dei tuoi ancora aperti è agghiacciante.
lunedì 31 maggio 2010
Il cacciatore e il cerbiatto
Agitando le nude mani, hai nascosto le armi occhieggiando al cerbiatto,
ti guardava egli docile cedendo alla sua naturale innocenza.
Allora hai sparato più volte, finchè con un tonfo è caduto.
Grande lo stupore nei suoi occhi sgranati nel sentire il calore causato dalle ferite
non capisce il perchè,
e mentre lo abbracci e lo stringi piangendo pentito
egli non sente, finalmente.
non sente più niente.
venerdì 14 maggio 2010
Fiori appassiti
Ad un tratto lo scenario esterno cambiò. Luci, risate, un acceso chiacchierio, profumo di mojito mischiato a quello di bellini e di rhum cooler nella stessa sala. La pioggia era rimasta fuori dal locale, ma con essa non la sobria malinconia dei passi solitari di Massimo, passi ancora più soli e pesanti in mezzo a quelli di chi rideva rumorosamente passando da un tavolino all'altro.
Nella sala più piccola del Flower gli altri avevano già preso posto.
Erano ormai quasi due mesi che si ritrovavano davanti ad una birra per raccontarsi le loro storie, per trovare nella solitudine degli altri un frammento della loro stessa tristezza. Giovani uomini e giovani donne che copiando in qualche modo le riunioni degli alcolisti anonimi, o almeno le scene dei film, speravano non del tutto consapevolmente di non staccarsi dal loro passato, da ciò che li faceva ancora soffrire, da quell'unica via dolorosa che pensavano li tenesse legati a loro stessi e alla loro vita.
Fabrizio era stato il primo: il tatuaggio che tnon nascondeva sul braccio con il nome di Elisabetta in caratteri gotici era il segno tangibile della sua ostinata voglia di non guardare avanti. A Leo il mese precedente erano servite tre birre prima di riuscire ad evitare che la voce tremasse mentre raccontava di quando era uscito di strada nel gelo di una insolente mattina di Dicembre, finendo faccia a faccia con la morte riflessa nel manto di neve del burrone. Voleva, doveva portare una lettera a Giorgia. Voleva, doveva convincerla a tornare indietro. Voleva, doveva sconfiggere la bufera, perchè non voleva, non doveva aspettare un solo attimo in più. Lucia non aveva in realtà raccontato la sua storia, ma ogni sera, ad ogni incontro tutti leggevano la sua sofferenza nelle frasi pronunciate senza nennemo più molta convinzione, senza mai un tono diverso nella voce, senza mai che distogliesse lo sguardo dal vuoto. All'inzio nessuno capì perchè Elisa partecipasse alle riunioni. Era una ragazza frizzante e piena di vita, che frequentava molti ragazzi e che se non si impegnava in una relazione stabile era solo perchè aveva ventidue anni e a ventidue anni si può scegliere di godersi la vita e rimandare gli impegni con l'amore a più in là. Ma quelle riunioni erano l'unico sentiero che conduceva al giardino che lei con apparentementemente così poca fatica teneva nascosto a tutti. In quelle rare occasioni non nascondeva il vuoto lasciato da un amore non ricambiato, dall'indifferenza di un sorriso non apprezzato e di un'occasione mai concessa. Giulio diceva di non essre più innamorato di Cristina, di non esserlo forse mai stato, ma di non riuscire a staccarsi da lei da quando si erano lasciati. Gli era impossibile non sentirla, non vederla, non uscire la sera con lei, pensare seriamente di frequentare un'altra. Forse non sapeva nennemo quanto tutto questo fosse sbagliato.
Quella sera sarebbe stato il turno di Andrea. Non sapeva ancora comeavrebbe raccontato che cosa gli aveva detto Anna qualche mese prima, che cosa l'aveva spinta a chiudere una relazione di tre anni. Come avrebbe svelato che l'avrebbe voluta sposare, che aveva già immaginato la sua vita con lei, che non avrebbe mai più amato un'altra.
Massimo non parlava quasi mai. Ascoltava. Ascoltava attentamente. Cercava di non lasciar trapelare nulla del suo dolore che mascherava con una sprezzante ostilità verso tutte quelle storie, verso tutte quelle lacrime trattenute e rigettate indietro. Diceva che non valeva la pena soffrire così, lasciarsi coivolgere in quel modo.
Aprì la carta del menù. Inutilmente perchè sapeva già cosa avrebbe preso.
Ma c'era qualcosa di strano. Un biglietto. "Quando un fiore è sbocciato, è sbocciato. Ma quando è appassito, è appassito. é inutile conservarlo e farlo seccare nella propria casa, simulacro senza vita di un antico splendore. Non emana più il profumo delicato e spumeggiante di un tempo. Non cattura più i raggi del Sole e il bagliore dei suoi raggi. Ormai è appassito."
Lo lesse e lo lasciò al centro del tavolo.
Elena ogni sera portando le birre ai clienti sentiva i discorsi di quello strano tavolino, ne percepiva l'amara rassegnazione che strideva così forte con il disincantato ottimismo che caratterizza la giovane età, ma aveva visto che in quegli occhi verdi, spenti, ci doveva essere ancora un barlume di felicità.
mercoledì 5 maggio 2010
Mi avvicino e il respiro è sospeso
Gli occhi serrati. La mia concentrazione è su altri stimoli che lo sguardo farebbe disperdere a discapito di più forti sensazioni.
Un delicato fremito, poi una stretta allo stomaco e un brivido lungo la schiena, un torrente in piena di adrenalina avanza, galoppando fino alle più remote estremità del mio corpo. Trasalisco.
Come interminabili esplosioni, nel mio petto riecheggiano le palpitazioni. I sussulti del mio cuore si fanno sempre più intensi. Posso sentire il suo battito e il corpo è pervaso da un intenso calore. Nuovamente un sussulto.
Il soave profumo mi pervade e un leggero solletico al viso mi ruba un sorriso. Un delicato fremito. Il mondo attorno non dà segni; l’esistenza è tutta là, pura e immacolata è catturata in quegli istanti ed io, assorto in un mondo onirico fatto di sentimenti di sogni ma anche di verità, mi cullo in queste braccia eteree, consapevole della realtà che rappresentano. Tutta quell’essenza in un gesto.
L’emozione, nel suo delicato velo di seta, mi avvolge.
Le tue labbra si staccano dalle mie: “è ora di andare” “no ti prego, un altro bacio”
giovedì 29 aprile 2010
Sonno
si alternano a momenti di dolorosa coscienza nei quali percepisci i lividi, pur non riuscendo a ricordarne esattamente la causa che li ha provocati.
Corpi dalla breve memoria, conserviamo nei riflessi automatici le conseguenze delle azioni subite o compiute.
Traditrici fitte svelano il tuo sommario tranello, quando un frammento di ricordo che non riconosci come tuo sposta l'immaginario telo.
Ancora una volta allunghi una tremante mano e spegni la luce.
In fondo è solamente un'altra, lunga notte.
lunedì 26 aprile 2010
Fly One Time - Incontro

I luoghi di intenso passaggio mi hanno sempre incuriosito ed attratto.
Incroci, piazze, stazioni, aeroporti... Spazi in cui la gente si riversa e si incrocia: luoghi-simbolo dell'enorme numero e varietà di potenziali incontri che ognuno di noi può fare nel corso della sua vita.
Oggi mi trovo in quello che ogni addetto ai lavori riconosce come l'aeroporto più trafficato del mondo. Le piste dell'Hartsfield-Jackson Atlanta International Airport sono bollenti talmente alto è il flusso di aerei che passano da questo cruciale scalo delle aerovie statunitensi e mondiali.

Mi trovo nel Concourse C, il terzo dei sei terminal di cui è provvisto questo aeroporto e sto aspettando la mia coincidenza per Seattle. Condivido la posizione di "passeggero in transito" con tutte le altre persone in attesa in questo lunghissimo corridoio e, avendo un po' di tempo a disposizione, con calma osservo i miei vicini.
Alla mia destra siede un anziano signore che sembra essersi appena appisolato. Pantaloni beige tenuti alti alti da un bel paio di bretelle, camicia a righe rosse e blu, grandi occhiali da vista ed un rigoroso cappellino da baseball con la visiera perfettamente orizzontale sono la sua tenuta. Al suo fianco, vigile e fedele, una canuta signora dalla carnagione chiarissima con dei grandi occhi blu che scrutano i monitor alla ricerca di qualche notizia sul loro aereo.
Squilla un telefono. E' il mio. Rispondo brevemente per confermare che sarò a Seattle entro sera, pronto domattina a volare fino a Los Angeles.
Rimettendomi il telefono in tasca mi rendo conto di aver svegliato il signore, che ora mi guarda placido.
Dispiaciuto per aver interrotto il suo riposo in una giornata faticosa, mi scuso con lui e gli chiedo di raccontarmi del suo viaggio.
Scopro così che questo splendido signore di 92 anni si chiama Derald ed insieme a sua moglie Connie sta tornando in Nebraska dopo aver partecipato al matrimonio di una nipote ad Orlando, Florida.
Derald e Connie vivono a Geneva, una cittadina di circa duemila abitanti nel Nebraska sudorientale.
Sono affascinato dalla parlata lenta di questo pacifico signore, che inizia a poco a poco, con un lieve affanno nella voce, a raccontarmi la sua vita.
Ogni tanto qualche parola mi sfugge, nascondendosi negli anfratti del fumoso dialetto del Nebraska, ma non importa, perchè quest'uomo mi dà subito l'impressione di essere felice di condividere con me questo momento. E tanto basta.
Derald dice di essere figlio unico, "per questo sono così viziato" soggiunge con un grande sorriso. "In realtà", mi confida, "avrei avuto una sorellina, ma purtroppo è mancata alla nascita".
E' nato a Shickley, Nebraska, a soli 15 km da Geneva.
Suo padre aveva una fattoria e gli affari andavano abbastanza bene, così lui fu il primo ragazzo del paese ad avere una macchina. Il padre gli dava i soldi per 5 galloni di benzina alla settimana: abbastanza per andare e tornare da scuola e, risparmiando sui km, portare la sua ragazza in giro il sabato sera, mi dice ridendo.
Gli chiedo quali fossero i suoi sogni da giovane: "Avere una fattoria. E sposarmi. Li ho realizzati tutti e due". Si è sposato con Connie nel 1938, "abbiamo da poco festeggiato 72 anni di matrimonio", dice guardandomi con occhi luminosi e cingendo teneramente con un braccio la sua sorridente signora.
Mi racconta di una vita fatta di duro lavoro nei campi, senza considerare se fosse sabato o domenica, "perchè la terra a queste cose non bada" e descrive con dovizia di particolari la loro casa ed il giardino di cui va molto orgoglioso: lo cura ogni giorno e riesce ancora a tosare l'erba.
Guarda Connie e mi dice: "Abbiamo sempre lavorato insieme, io e lei, ed abbiamo costruito tanto. Siamo sempre stati vicini, amici, senza segreti.
Io sono una persona normale, sto bene con gli altri e mi diverto in compagnia. Non ho mai bevuto, non ho mai fumato, non ho mai giocato d'azzardo.
Penso di aver vissuto una vita abbastanza austera.
Ma sono felice"
Derald mi guarda, chiude gli occhi per un attimo e fa un respiro profondo.
Ed io con lui.
giovedì 22 aprile 2010
Déjà vu / Jamais vu
Se fossi un concorrente di un telequiz, saresti il primo a tornare a casa. Saresti contemporaneamente la delusione di chi ti vorrebbe vincente e la gioia di chi invece vorrebbe vincere. Non è fantastico!? Con aria perplessa aggrotti la fronte e con un dito ti gratti la tempia...., l'ultimo tentativo di quella cosa..., lo sforzo.... Mah.... vincere, perdere...., hai l'impressione che queste parole non ti dicano niente. Non più.
martedì 20 aprile 2010
Sole II
lunedì 19 aprile 2010
Fly One Time - Battito d'ali

A terra.
Non si è volato ieri, non si vola oggi, forse non si volerà domani.
Grigia, impalpabile e minacciosa, la nube grigia di cenere vulcanica aleggia sopra le nostre teste, perfettamente collocata tra i 6'000 ed i 10'000 metri, sulle autostrade del cielo.
L'aeroporto di Edimburgo è completamente paralizzato.
I suoi provvisori abitanti si trovano all'interno di un irreale limbo, in attesa che qualche ancestrale divinità vichinga decida di placare la furia del vulcano.
Decido di fare un giro sulla pista per controllare che i reattori del mio aereo siano stati correttamente coperti e sigillati. Auspicabilmente nel pomeriggio di domani potremo partire per Copenhagen.

Tornando verso il terminal vengo incuriosito da un tranquillo operatore aeroportuale assorto nella lettura di Metro Edinburgh.
Attraverso la deserta pista di rullaggio e lo raggiungo mentre, con il suo duro accento scozzese, farfuglia tra sè e sè parole incomprensibili: “Efiathal... Eiaflatakut...”
Si ferma, sospira, si passa la mano tozza sulla lattiginosa fronte già scottata dal sole e mi guarda cercando un aiuto.
“Come diavolo si pronuncia?” mi chiede, indicando un punto del foglio.
Eyjafjallajökull, l'impronunciabile vulcano islandese grazie al quale ci troviamo a chiacchierare nel punto in cui normalmente scorrono le enormi ruote dei jet di linea.
Gli sorrido, gli do una pacca sulla spalla e guardo il cielo dietro di lui, verso Nord.
Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
Così mi trovo ad osservare che, alla fine, l'imprevedibilità può essere affascinante.
Non la penserà allo stesso modo il Presidente, ma tant'è.
lunedì 12 aprile 2010
Fly One Time - Colori

“Un pot-pourri da trentadue milioni di passeggeri l'anno...”
L'intensa luce del tramonto dà colore al vetro ed all'acciaio e mi illumina gli occhi.
Sospinto dai miei pensieri cammino lentamente per il lunghissimo corridoio principale del Terminal 2 del Munich Franz Joseph Strauss Airport.

Passeggio ed incrocio lo sguardo di uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo: un'anziana ed energica signora americana in cerca del gate della Delta per Atlanta, un frettoloso uomo d'affari in partenza per la Cina, una giovane coppia tedesca decisa a gustarsi lentamente ogni attimo del suo atteso viaggio, una colorata famiglia italiana che non nasconde il suo disappunto per il ritardo del volo Alitalia per Roma...

Ogni grande aeroporto del mondo può essere visto come luogo di incontro e fusione etnica e culturale: un frenetico, brulicante miscuglio di Europei, Asiatici, Sikh, Marocchini, Colombiani, donne arabe dal volto velato.
Naturalmente è un'illusione, un'integrazione fasulla che dura esattamente fino a quando l'ultima chiamata alle uscite costringe di nuovo quella massa a dividersi per colore e religione. Ma mentre le sale d'imbarco si riempiono e le file dei check in ondeggiano, l'immagine è quella di un nirvana multiculturale che farebbe piangere di gioia qualsiasi intellettuale di sinistra.

L'architettura degli aeroporti: noiosa e monotona per alcuni, esaltante per altri. Quando atterro in Germania, a Monaco, Berlino o Francoforte, resto sempre piacevolmente stupito dalla pulizia, dalla cura dei particolari e dall'accoglienza delle strutture aeroportuali. Asettiche?
Direi piuttosto perfettamente funzionali ed eleganti.
“Efficienza, design e comodità” penso, ricordando che l'aeroporto di Monaco è stato recentemente nominato miglior aeroporto europeo e terzo miglior aeroporto del mondo.
Linee e colori inattesi ti avvolgono e ti conducono splendidamente nell'esperienza del viaggio: il futuro è qui!

Dopo circa un chilometro di piacevole passeggiata lungo il Terminal 2 giungo alla Lounge piloti PP International Airlines: la compagnia ha scelto una splendida posizione per la sua sala privata, arredata con gusto e moderna eleganza, in linea con gli standard locali.
Facendo scorrere l'ampia vetrata di fronte a me, accedo ad un terrazzo con vista sulle piste e sull'intero aeroporto.
Rumoroso, sì, ma di gran fascino!

Il volo PP 3487 per London City Airport partirà tra circa tre ore: ho una mezz'oretta di tranquillità a disposizione.
Chiamo casa e gioco un po' con la vocina curiosa che risponde all'altro capo del telefono: diventa sempre più bravo, riesce ad indovinare il tipo di aereo dal rumore che fa quando decolla...
Orgoglioso, saluto lui e la sua tenera mamma e do loro appuntamento a domattina.
In piedi sul terrazzo in cima al Terminal 2 dell'aeroporto di Monaco osservo silenziosamente il flusso degli aerei che, ordinati, si preparano a solcare i cieli della Baviera rombando verso le loro remote destinazioni sparse per il mondo. E sono ancora una volta affascinato dalla poesia del volo.
Perchè, come vi dirà qualunque appassionato di volo, “è la partenza che conta”.

giovedì 8 aprile 2010
Anima
Non conserva memoria alcuna dei torti ricevuti, nè diventa più guardinga, o diffidente. Nemmeno la prudenza riesce ad imparare.
Prendila, esponila al freddo, affinchè essa diventi gelata.
E quando il freddo l'avrà tramutata in duro ghiaccio colpiscila.
Allora finalmente potrà essere distrutta.
martedì 6 aprile 2010
Hide & Sick
1, 2, 3....
con fanciullesco entusiasmo m'incammino
furtivo e pronto allo scatto.
Dietro ogni angolo un pensiero da acciuffare,
sotto ogni scala un trucchetto da smascherare,
aldilà di ogni tenda una voce misteriosa da svelare.
Nessun inseguimento, nessuna preoccupazione,
prima che qualcosa dica 'tana'
sarò già lì per l'abbraccio mortale.
Un sorriso, amorevole vivisezione del mio cuore, eutanasia mentale.
Ora che ci penso non è proprio nascondino.....
è più .....voglia di qualcosa di buono.
Con la sete di un sangue che non può scorrere
sorrido alla luna e, con la lingua, mi accarezzo i canini.
venerdì 2 aprile 2010
Giano - Sconfitta
ciò che non puoi cambiare l'evidenza
mantieni la calma strappati vesti e capelli
sorridi urla
stringi la mano giura vendetta
al tuo avversario al tuo nemico
non dimenticarlo non dimenticarlo
cambia il mondo rassegnati
mercoledì 31 marzo 2010
Le ore
martedì 30 marzo 2010
Salto...

Scavo in cerca di quello che voglio trovare, di qualcosa che in realtà non esiste se non nella mia immaginazione, la quale non si sa imporre al punto da costruire adatti scenari per le sue seppur desiderate rappresentazioni.
Una volta accertata l'impossibilità del volo pindarico non resta che la seconda opzione:
La razionale, impietosa constatazione dello status quo...o nondimeno un'elegante noncuranza?
Opto felicemente per la seconda, salgo sulla giostra e fingo che quello che sto montando sia un vero cavallo, che il paesaggio cambi continuamente e non sia un rotondo ripresentarsi del medesimo contesto. Mi sposto senza viaggiare, ma impreco silenziosamente contro la statica inutilità dell'avvicendarsi monotono delle scadenze.
E se saltassi?
lunedì 29 marzo 2010
Carta Vetrata - Contessa
Stavo guardando distrattamente il TG de La7, l'unico telegiornale in Italia, insieme al TG3, degno di tale nome, e nella sezione dedicata alla cultura è andato in onda un servizio su tale Paolo Pietrangeli. Come me, vi chiederete chi è costui, o magari lo sapete già: è l'autore di "Contessa", una delle canzoni di protesta più belle e sentite -emotivamente parlando- mai scritte da un cantautore. Per capirci, l'inno del '68 italiano.
Ho sempre pensato che questa canzone fosse dei Modena City Ramblers, l'ho sempre sentita cantare da loro, l'ho sempre e solo ballata ai loro concerti. Ma sarei scemo se una scoperta del genere mi sconvolgesse; ammetto di averlo fatto in passato, quando scoprii che Knockin' on Heaven's Door non era dei Guns ma del più emozionante Dylan. Ma ero adolescente e comunque non è questo il punto.
La scoperta che mi ha turbato è stato apprendere il mestiere attuale di questo cantautore di protesta degli anni '60 -anni in cui schierarsi politicamente era soprattutto un atto di coraggio-: Paolo Pietrangeli è passato dal sangue sui muri degli operai in sciopero alle telecamere del talent-show più vuoto e populista di tutti i palinsesti. In altre parole è il regista di "Amici". E' superfluo sottolineare cosa questo programma rappresenti per la cultura e gli ideali degli adolescenti attuali.
Ora, non ho mai criticato chi, a un certo punto della sua vita, si stanchi di rincorrere un sogno e pensi con più pragmatismo e materialismo alla sua carriera, anche se fatico a condividerne lo spirito. Scendere a compromessi con la realtà e saperci convivere: non certo il mio ideale di felicità ma insomma, niente di deprecabile.
Trovo invece assurdo come una persona possa cambiare ottica in modo così radicale, seppur non dal giorno alla notte. Guardare la vita da un punto di vista diametricalmente opposto a quello urlato in anni giovanili. Un vero atto di coraggio, o una resa senza armi del proprio io.
Mentre scrivo sono su una riva del lago di Como; una riva in cui non ero mai stato e dalla quale non avevo mai visto il panorama. Visto da qui, il lago assume tutti altri contorni, altri colori, nuove prospettive, non migliori o peggiori, ma ovviamente diverse da tutte le altre, mentre lo specchio d'acqua continua a rimanere lo stesso. Credo che il sig. Pietrangeli abbia fatto il mio stesso ragionamento, applicandolo alla sua vita.
Questa notizia non cambia certo le sorti né della mia né delle vostre vite, ma credo faccia riflettere sul prezzo che ogni uomo dà ai suoi valori e alla sua integrità; e ultimamente mi sento di essere in un gigantesco discount con saldi e super offerte dappertutto.
Per quel che riguarda me, succederà che, d'ora in poi, ascolterò "Contessa" con un filo di malinconia in meno, e un pelo di tristezza in più.
domenica 28 marzo 2010
Moti ondosi
La vedi all'orizzonte,
non puoi non vederla,
prende tutto il tuo campo visivo.
Travolgente l'onda arriva,
un muro alto e spesso
che prima di abbattersi
risucchia tutta l'acqua che ha davanti,
con essa il tuo respiro.
Di sicuro ti spezzerebbe la schiena
se anche tu non fossi fatto d'acqua.
sabato 27 marzo 2010
Giano - Yin Sano in Yang Sano
e rinasci dalle tue ceneri, Invano
Non ti riposare: sii pronto per
dormi per il piacere di farlo. l'Occasione.
Incontro ad una folla Evita la battaglia
battagliero grida: per vincere
"quanti siete??? un altro
10? 100? non mi bastate..." giorno
Chiudi gli occhi mantieni
e buttati il controllo
accetta accetta
un consiglio un consiglio
sii saggio sii pazzo
giovedì 25 marzo 2010
E' solo un disegno
A questo punto sono già in paranoia. Davanti a un foglio bianco, con in mano una penna che lascerà un segno indelebile, sono terrorizzato dal non sapere cosa disegnare e intimorito dal produrre qualcosa che tutti guarderebbero come un obrobrio. Mi atterrisce sapere che quel foglio bianco non è solo un foglio bianco, è l'universo con tutte le sue infinite possibilità. Non posso fare a meno di notare che le cose più interessanti avvengono sempre in tempi incalcolabilmente piccoli. In dimensioni ripiegate su loro stesse. Il momento che cercavo è proprio questo, la confusione completa, il dubbio paralizzante. Osservo l'indecisione e le mille scuse che mi passano per la testa, che mi vengono per il solo fatto di dover tracciare una linea su un foglio.
Ok, da dove comincio? Inizio dal lato sinistro perché magari così .....
Oddio, ma quanto lo faccio grande sto disegno? Deve assolutamente venire bene che poi se lo vede qualcuno....
Prima linea, la traccio orizzontale o inclinata? Forse meglio orizzontale perché..... .
Quanto lunga? No, corta che poi se sbaglio ..... .
E dire che quando ero piccolo mi dicevano che disegnavo benissimo. Se mi viene uno schifo lo brucio sto foglio .... ma che cavolo vado a pensare....
Meglio una curva? Uffaaaaaa, sono uno stupido, mi incasino per così poco, perchè diavolo mi sono messo a disegnare..... forse era meglio fare qualcos'altro...!!!! E' ora di smettere di sprecare tempo con le sciocchezze.
Il mio lavoro durante tutta la giornata è questo, guardare le domande e le risposte che mi balenano nella mente. Guardare. Ma non toccare. Qualcuno, da un certo punto di vista, potrebbe dire che sono masochista.
Dubbi esistenziali su azioni banali come può esserlo disegnare. Nessuna di queste domande è mia. Nessuna delle risposte è farina del mio sacco. Sì, i pensieri rimbalzano da una parte all'altra del mio cervello, ma non per questo i dubbi sono veramente miei. Non so se riuscite a capire quello che intendo.
Non ho ancora tracciato una linea e sembra che sia passato un secolo. Sarà forse che disegnare è un'esperienza più intensa di quello che immaginavo?
Proprio quando tutte le domande, come stelle morenti, collassano su loro stesse, vedo che le risposte non hanno importanza. Vedo solo che l'utilità del dubbio si risolve nella comprensione della sua inutilità e, sotto un pioggia di stelle avvizzite, riesco finalmente a fare la prima riga sul foglio.
mercoledì 24 marzo 2010
Luce
non semplicemente un bel viso, un sorriso,
ero riuscita a scalfire il muro esterno che ci ricopre
e ci nasconde,
uno spiraglio sottile di luce era arrivato più in là
oltre quella parete
finemente affrescata oppure spoglia
che ci riveste e offusca la vista.
La luce che ho visto per un istante mi ha abbagliata,
ma so che devo distogliere lo sguardo.
Non posso continuare a guardare quel bagliore.
Non devo.
martedì 23 marzo 2010
Ombre - Sogni
nella Foresta
inseguili!!!
Acciuffali per la coda
battetevi
con le unghie e coi denti
comunque vada
non sarai
domato
lunedì 22 marzo 2010
Fly One Time - Infinito

Ti avvolgi su te stessa,
lasciandoti dietro effimeri vortici.
Sospingi, sicura e costante,
il primo sogno di blu, di luce, di altezze.
Lo realizzi e lo moduli,
facendolo dolce, intenso e soave
come le note di un violino.

sabato 20 marzo 2010
Espressioni
venerdì 19 marzo 2010
Fly One Time - Direzione Caselle
Finalmente è sabato! La giornata è stata frenetica e sfinente come tutte le altre: sveglia all’alba, corsa in motorino in direzione Torino Esposizioni, incontro con Lorenzo, accompagnamento con lui a Palazzo Venturi, breve pisolino nel corridoio dell’università, di nuovo Torino Esposizioni e di nuovo corsa verso casa. Lì una cagnoletta mi attende per essere portata all’addestramento!
La giornata sta per finire, ma sta per prendere una piega tanto attesa e desiderata.
Il ritorno a casa dal Club Cinofilo è sempre impegnativo; bisogna lavare il cane, la sua roba e me stessa, torno sempre ricoperta di fango, ma soddisfatta: la piccola mi rende sempre più orgogliosa dei soldi e delle energie che mi sta facendo spendere!
Cavolo! Non posso perdere ancora tempo! Il suo aereo arriva alle 20.15. E’ meglio che parta, non voglio farlo attendere, e io non voglio aspettare un minuto in più del necessario.
Fammi impostare il navigatore. Caselle non è distante, ma non vorrei proprio perdermi!
Bene, si parte. Direzione Corso Allamano.. ah, Caselle! Perfetto, posso anche spegnere questo navigatore della guerra del ‘15-‘18!
La radio sta trasmettendo Hurricane, mi mette proprio di buon umore questa canzone, 8 minuti di felicità.
Oh mamma mia, ma puoi andare così piano?? Ho fretta, non posso proprio arrivare in ritardo, dai, fatti superare!
Sono proprio stanca, ma felice, mi ha detto che è andata proprio bene in Puglia, ha preso un sacco di contatti e il mese si è concluso alla grande, forse ci siamo!! Speriamo, perché ci sono un sacco di progetti da incominciare!
“…Says, "Wha'd you bring him in here for? He ain't the guy!"…” Magnifica!
Chissà come sta procedendo il suo viaggio, sarà affamato. Avrà di nuovo tentato di entrare nella cabina del pilota a curiosare?! Chissà se questa volta è riuscito!
Aeroporto. Arrivi…di là! Arrivata! Ma dove la metto questa benedetta macchina?! Scommetto che se la lascio qui, mi becco una multa appena mi allontano. Dai, mettiamola nel parcheggio a pagamento. Sono persino arrivata in anticipo, vabbè, aspetterò un po’.
Allora, allora, il volo in arrivo da Brindisi. Ci siamo. Fammi cercare una panchina, ma non c’è nulla da leggere?? Per una volta che non mi porto il libro dietro. Ah, sta uscendo della gente, è impossibile che sia già qui.
Ehi! Ma è già qui?? E già, è proprio lui, alto, magro, cappotto e trolley con sé…che aria seria! Mi vedi? Sono qui, che scemo, ma dove guardi??! Ahaa… ecco!!
giovedì 18 marzo 2010
Non ti ho mai visto così bello e ridicolo
Svieni.
Odori penetranti, luci accecanti, rumore assordante, infinito.
Un tamburo in testa non smette di violentare il tuo risveglio e senti distintamente le vene sulle tempie che pompano sangue troppo abbondante per non straripare.
Il naso ti brucia. Gli occhi secchi gridano dolore. Le orecchie divampano pietose.
Sei steso su una lastra di marmo bianca come il resto della stanza. Bianchi i muri, bianche le luci, bianca la tua pelle, così come i loro camici.
Ti fissano in silenzio. Occhiali scuri, impenetrabili ai loro occhi, eppure sai che che ti stanno fissando. Ascoltano ogni tuo lamento. Eppure cuffie enormi proteggono le loro orecchie.
Avverti un conato di vomito. Ti volti all'indietro mentre la schiena dà una frustata al collo che si piega in avanti insieme alla tua testa, in un'onda sussultoria che sale insieme a quello che ti hanno fatto mangiare. "NON FARLO CAZZO" ti urlano mentre in due si lanciano su di te. Uno stringe forte il braccio al tuo collo mentre con la mano ti tappa la bocca. L'altro cinge il tuo addome con entrambe le braccia, costringendoti a stare seduto con le gambe penzoloni e senza forza. "Non farlo" ti ripete a bassa voce. Ti fissa e ha un sorriso sordido che ti gela il sangue. Riesci a ributtare tutto indietro e senti il tuo intestino esplodere di fitte.
Non riesci a dire niente, dalla tua bocca solo qualche mugugno. Non riesci a muovere nessun muscolo. Riesci solo a maledirti per aver risposto a quel dannato annuncio.
To be continued...
mercoledì 17 marzo 2010
Senegal 2009 - "Nei giorni successivi, la maggior parte di noi prese l’abitudine di fare il bagno prima di cena"
Pochi pensieri e mente libera.
In silenzio, vicino all’oceano e al buio sotto le stelle, scopro cosa dovrebbe distinguere l’uomo da quella sua copia, sbiadita e passiva, seduta davanti a una scatola che parla.
Lavorammo a scuola tutta la mattina. Con Antoine e Alfonso finii di dipingere la parete sinistra della scuola. Attorno a noi, ogni tanto, compariva qualche gruppo di ragazzini curiosi, si mettevano all’ombra del muretto e commentavano divertiti il nostro lavoro a bassa voce.martedì 16 marzo 2010
La città dei sogni

lunedì 15 marzo 2010
Fly One Time - Contatto

Stasera molti, rientrando a casa, saranno salutati da cani saltellanti e dalla incontenibile gioia dei loro bimbi.
Troveranno lì ad aspettarli sguardi speciali e mani che riscaldano.
Parleranno con i loro cari di com'è andata la giornata e si addormenteranno nell'abbraccio della notte.
Le stelle usciranno discrete dai loro nascondigli diurni, a poco a poco.
E una di quelle luci, appena più luminosa delle altre, sarà l'ala del mio aereo che passa.

domenica 14 marzo 2010
Quello che vuoi
Puoi intrecciare rapporti e scoglierli con chi vuoi, dipende tutto da te e da cosa fai.
Puoi studiare, puoi lavorare, puoi viaggiare, puoi giocare, puoi fare qualsiasi cosa tu scelga di fare!
Puoi ridere e puoi piangere. E sei libero di farlo quando e quanto vuoi!
Hai a tua disposizione un sacco di tempo: ore, giorni, mesi, anni! E sei su un pianeta che ha abbastanza spazio per poterti muovere quanto desideri senza che riuscirai mai ad essere stato ovunque.
Puoi - fare - tutto!
E allora, perché non vai a prenderti quello che vuoi?
mercoledì 10 marzo 2010
State fermi, e sorridete!
Fuori dal palazzo l'esercito è arrivato. Si sentono i colpi dei tamburi, si sentono i soldati che urlano, battono i piedi per terra. Che suono possono creare un milione di soldati che all'unisono urlano e saltano pesantemente sul posto? Un terremoto che scuote le interiora e scatena una paura ancestrale che a parole non si può descrivere. Nonostante tutto, i monaci che sono dentro, rimangono fermi. Alcuni stanno seduti, altri sono in piedi. Tutti loro sono ben consapevoli dell'esercito appena fuori le mura. Nessuno è corso a prepararsi per la battaglia, nessuno si è preoccupato di avere con sè un'arma. Per il centinaio di monaci all'interno del palazzo non c'è scampo. Ognuno di loro è intento a fare qualcosa. C'è chi legge, c'è chi si allena nelle arti marziali, c'è chi suona, c'è chi mangia e c'è chi dorme. Nessuno è preoccupato dell'attacco di un milione di soldati, nessuno smette di fare quello che sta facendo per mettersi al riparo o contrattaccare.All'improvviso l'intero plotone si quieta e, come una tigre prima del balzo, si prepara per l'attacco. Ogni arciere, con una mano tiene l'arco e con l'altra prende una freccia dalla faretra che porta in spalla. Sistema la freccia, alza il tiro per colpire il bersaglio, tende l'arco fino allo spasmo.
L'esercito è compatto e, come un muscolo teso, pronto a colpire. Dentro il palazzo tutti sanno e nessuno fa niente per cercare scampo. Dentro il palazzo i monaci sorridono.
Un urlo squarcia l'aria, è il segnale. Contemporaneamente tutti gli arcieri scoccano le frecce. Un milione di dardi appuntiti prima oscurano il sole e poi si abbattono sulla costruzione di legno. Si sente un rumore simile a quello della pioggia che batte, solo molto, molto più forte. Gran parte delle frecce si conficcano nel legno, molte altre lo attraversano. Per esempio una freccia trapassa il tetto e va a conficcarsi nel petto di un giovane monaco intento a scrivere un suo componimento. Il monaco non spira sul colpo, dolorante si rialza e si rimette a lavorare al suo scritto. Altre due frecce lo colpiscono, una alla gamba e l'altra gli lecera la guancia. Lui tranquillo continua a scrivere. Anche gli altri monaci presenti in quella stessa stanza vengono colpiti dalle frecce, ma non hanno smesso nè di fare quello che facevano nè di sorridere. La vita all'interno del palazzo scorre pacifica come sempre. Nella stanza adiacente, una ventina di monaci sono intenti a consumare il loro pasto. Come un'impietosa pioggia, un nugulo di frecce non lascia scampo a nessuno di loro. Una tempesta di legni acuminati li trapassa da parte a parte in ogni punto del loro corpo. Tutti stanno sorridendo, anche quelli colpiti a morte. Le truppe avanzano e non smettono di scoccare frecce. Dalla terra si alzano nuvole nere che coprono l'intero cielo e che, raggiunto l'apice, precipitano trafiggendo quello che incontrano al termine del loro cammino. Il tetto e i muri esterni sono ricoperti da frecce rimaste conficcate. Visto da lontano il palazzo sembra ricoperto di spine. L'interno invece sembra un'intricata foresta di rovi. Un fiume rosso sangue corre giù per le scale del monastero.
Un altro urlo, l'esercito si ferma. Si sente solo il sibilo del vento e il rumore delle foglie mosse. Il sole torna a splendere, la cascata nel giardino del palazzo continua a scorrere, gli uccellini a cinguettare. L'esercito è andato via e nel palazzo regna la pace.
Lì dentro la pace non ha mai smesso di regnare.
martedì 9 marzo 2010
Fly One Time - Posto 3A

“Bene, un’ultima firma qui”.
Venerdì, fine mese, l’ultimo contratto decisivo.
Target: raggiunto.
Gli stringo la mano e corro verso l’aeroporto.
Ancora un po’ di frenesia e tra poco potrò rilassarmi a bordo.
Bel nome, l’Aeroporto del Salento, il sole il mare e …ovviamente il vento che a momenti fa volare il cappello di quel capitano che si sta scomponendo per non perderlo.
E’ il momento del check-in e inizia il solito trambusto: togli il pc dal trolley, portafoglio, monete, accendino, via la cintura, i gemelli …bip bip… è incredibile come riesco a dimenticare sempre qualcosa… la mia Mont Blanc …
Il rituale di imbarco inizia ad essere un po’ monotono visti i numerosi viaggi, ma si può sopportare considerando l’emozione del volo, che continua a persistere.
Mi avvio al corridoio che porta al musone dell’airbus e due giovani hostess mi accolgono: “Carta di imbarco, prego”. Saluto le hostess e mentre mi dirigo verso il mio posto mi sporgo a curiosare il quadro comandi dove incrocio lo sguardo con il capitano che mi ricambia con un sincero sorriso.
Istintivamente una battuta mi esce spontanea: “Mi sono sempre chiesto come fate a stare in quella cabina così sacrificati?”, “Perché mentre siamo in volo non viene a scoprirlo?”, “Perché no”.
Felice della proposta mi accomodo al mio posto finestrino di business class, altro che il vagone letto delle prime trasferte.

Si spengono le luci e il capitano rassicura i passeggeri della normalità di questa procedura. Come un orsacchiotto un po' traballante dovuto allo sbilanciamento delle ali, l’aereo curva più volte avviandosi verso la pista di decollo.
Come una grossa freccia è lì, pronto a percorrere i 2000 metri che dividono la madre terra dal cielo. I motori rombano per qualche secondo e il loro suono si fa sempre più caldo; come una macchinina con carica a molla tenuta in tensione dal bambino, l’aereo scalpita, e un sordo suono accompagna la brusca accelerazione che mi incolla al sedile.
Mangiandosi la pista raggiunge i 200 km orari, immagino il capitano che con dolcezza avvicina la cloche agli addominali, la ruota anteriore si solleva leggermente dal suolo precedendo di qualche attimo quelle posteriori, con disinvoltura il mostro di metallo si plasma con l’aria e inizia a farne parte ed in quel momento la magia comincia, il mondo sotto di te si allontana, esisti solo tu e i tuoi compagni di viaggio.
La luce si riaccende, il segnale acustico indica che posso slacciare la cintura di sicurezza e lo steward informa che “l’Airbus sul quale state viaggiando è provvisto di sistema gsm per l’utilizzo dei vostri apparecchi cellulari”.
“Pronto?! …Ciao si sono sull’aereo…..Sono in viva voce dall’altra parte ?…perfetto… Ragazzi vorrei complimentarmi con tutti voi per il fantastico successo raggiunto questo mese, sono in aereo, preparatevi che al mio ritorno si festeggia”.
La hostess si avvicina: “Posso consigliarle uno champagne per iniziare a festeggiare?”, “Certo, ma lo farò con una fresca weiss!”.
Scrutando l’oblò sorseggio la mia birra godendomi il tramonto a 20'000 piedi d’altezza.
Intercetto l’hostess e le ricordo l’invito del capitano. Annuisce e si allontana un attimo. La porta della cabina si apre e l’assistente di volo mi fa cenno di avvicinarmi, chino la testa ed entro nella capsula di guida dove il pilota e il suo secondo si scambiano battute, devono essere molto affiatati.

Capitano: “Le piace volare, eh? Gliel'ho letto negli occhi”
Io: “Con la fantasia ne faccio di viaggi, ma quando guardo fuori da quel vetro anche la mente chiede perdono di essere così limitata”
Capitano: “Ci deve essere un filo sottile che collega tutti noi appassionati del volo. Ci riconosciamo a naso.”
Io: ”Credo vada oltre all’oggettività della bellezza di ciò che guardi, quanto alle sensazioni evocate nell’animo di chi è figlio di Icaro”
Capitano: “Vero, per me è sempre stato così. Un magnetico richiamo verso il cielo e verso le sensazioni che ti sa regalare l'essere sospeso in aria, volando veloce sopra la terra ed ammirandola da un punto di vista privilegiato.”
Io: ”Lei non è solo il domatore di questo bestione d'acciaio, ma anche un attento osservatore della realtà delle emozioni!”
Capitano: "Vede laggiù, tra le nuvole?" Ecco la costa delle Marche... Quello spuntone è il parco del Conero. Questo pomeriggio stiamo volando sull'aerovia adriatica costiera. Puntiamo in direzione Nord e, seguendo il piano di volo che ci è stato assegnato dal controllo del traffico aereo, vireremo in direzione Ovest all'altezza di Padova.
Io: “"Che giro strano, non è che dovete aggiornare le mappe del navigatore?!" Capitano: “AHah. Al giorno d'oggi i cieli sono piuttosto affollati e bisogna incanalare ogni aereo su un percorso preciso. E tutto ciò per la nostra sicurezza, ovviamente. Non si preoccupi viaggiando con questo vento di 15 nodi in coda posso dirle che arriveremo a Torino con qualche minuto d'anticipo. Potrà cenare ad un orario decente..."
Mi congedo da lui salutandolo come se ci conoscessimo da sempre, sempre più conscio di essere in buone mani.
La spia luminosa mi invita a riallacciare le cinture e l’airbus inizia la procedura di atterraggio. Leggero si stabilisce sulla rotta che lo porterà alla pista, il carrello si abbassa e le case sono sempre più vicine. Un tocco leggero e le ruote sull’asfalto mi riportano a terra.
Applauso più che meritato.
Attraverso il terminal gremito di sconosciuti trascinando il trolley, quasi invisibile tra le persone in attesa del parente o dell’amico erasmus che da troppo tempo non vedono.
Fuori c’è lei che mi attende, con un dolce bacio mi saluta riportando la mia testa tra le nuvole…


